10 ragioni per dire no alle pappe (dalla parte del bambino)

È doveroso premettere che ci sono tanti bambini che sono stati felicemente svezzati in maniera tradizionale, contenti della loro pappa mangiata con gusto e interesse, e che ci sono altrettante mamme o famiglie felicissime di come s’è svolto lo svezzamento e non tornerebbero indietro per fare una scelta diversa. In genere si tratta di bambini a cui l’appetito non manca, figli di genitori che li hanno aiutati a passare oltre le pappe al momento giusto e con intelligenza.

Credo che tutti noi, però, abbiamo avuto modo di osservare, nella nostra vita, bambini che hanno difficoltà con il mangiare. Infatti ancora più numerosi sono i genitori che credono che durante la svezzamento tutto sommato qualcosa sia andato storto, che sentono che tutto sommato hanno forzato il loro bambino a fare qualcosa che non voleva fare, che trovano che il figlio abbia problemi con il mangiare e ora combattono una battaglia quotidiana ad ogni pasto.

Nella mentalità comune i bambini sono difficili: vogliono mangiare sempre le stesse cose, preferiscono cibi spazzatura a cose come verdure o frutta, e stai certo che con il piatto di pasta al pomodoro e con le crocchette di pollo vai sul sicuro, da cui anche il fiorire di menu per bambini nei ristoranti, con i soliti piatti, i soliti gusti, la solita noia… per appiattire ancora di più un’esperienza alimentare già piatta.
Tuttavia, molti atteggiamenti che i bambini hanno a tavola trovano una spiegazione nel modo di intendere l’alimentazione dell’infanzia da parte degli adulti e nel modo radicato di pensare e di fare di tanti di noi.

Basta dare una letta qui e là per la rete e parlare un po’ con le famiglie per rendersi conto di quali siano i problemi più ricorrenti che genitori e figli si ritrovano ad affrontare a causa di o in concomitanza con lo svezzamento tradizionale.
Questo è quello che ho riscontrato io.

1. Aspettative errate

La ricetta della pappa che viene fornita ai genitori di norma è molto dettagliata e riporta grammature, tempistiche e ingredienti incredibilmente nel dettaglio (150g di brodo fatto con cipolla, zucchina e carota, bollito per 20 minuti in acqua xyz, con 2 cucchiai di farina di mais e tapioca, più mezzo omogeneizzato, più un cucchiaio di parmigiano e uno di olio, e bla bla bla) e ancora molte volte riporta addirittura le marche dei prodotti da utilizzare (ricordate che questo è illegale). È normale che se il medico mi dà una prescrizione dettagliata, io mi aspetti che sia necessario seguirla attentamente e mi aspetto anche che sia necessario che il bambino la mangi se non tutta… quasi, dopotutto sostituisce completamente il latte, l’unico alimento di cui il piccolo si nutre. E se non lo fa? Se non la vuole?

2. Forzare a mangiare

La conseguenza diretta delle aspettative errate è l’ansia che si manifesta se il bambino non mangia, che si traduce in troppi casi in forzature più o meno mascherate. “Se non la mangia cosa succede? Gli farà male? Inoltre deve capire che quando è ora si mangia e basta… Prima o poi imparerà, tu insisti, mi raccomando, e non cedere!”.
Forzare a mangiare non è solo infilare un cucchiaino in bocca ad un bambino disperato e in lacrime contro la sua volontà, cosa che non accade affatto di rado, ma anche distrarlo per rendergli di fatto impossibile dire di no, approfittandoci così della sua innocenza e della fiducia che ha in noi per fargli aprire la bocca. Se ho fame la bocca la apro da me, se mi va di farlo non c’è bisogno che qualcuno si preoccupi di farmi concentrare su un libricino, un cartone alla tv, un gioco o una canzoncina per farmi fare ciò che vuole lui. Se mi interessa il cibo non mancherò di farlo capire, altrimenti vuol dir che non mi serve, non ne ho bisogno.
Spalare la pappa in bocca al piccolo con un cucchiaino di silicone usato a mo di cazzuola o rincorrere un bambino più grandicello intorno al tavolo con la forchetta perché mangi sotto minaccia o con promesse di ricompense, sono anch’esse, di fatto, forzature.
A noi adulti piace essere che qualcuno insista fino allo sfinimento per farci mangiare qualcosa che non ci va?

3. Mangiare in maniera passiva

“Mangiare” è un verbo e indica un’azione. Un bambino incantato davanti alla tv che apre la bocca in maniera automatica quando la coda dell’occhio vede arrivare qualcosa non sta compiendo nessuna azione, ma la subisce; non ha un ruolo attivo nella propria nutrizione, ma è completamente passivo, così come lo è un bambino che guarda il vuoto accettando di essere imboccato perché deve finire il piatto, in un misto di voglia di compiacere e incapacità di opporsi. ?I bambini possono mangiare autonomamente sin da subito, a partire dal momento in cui mostrano il desiderio di farlo, in accordo con le loro preferenze. Imboccare un bambino che vuole fare da solo, perché non si sporchi, per fare prima o per avere il controllo della situazione, non è un gesto d’amore ma di prepotenza.

4. Braccio di ferro psicologico

Tu vuoi che io mangi, me lo fai capire in ogni modo, e se anche non me lo dici espressamente, lo sento e lo leggo nei tuoi occhi. Se non lo faccio ti agiti e insisti, mi ripeti che mi fa bene, che devo mangiare, che lo devo fare per te, per la nonna, per il papà… Oppure mi rimproveri e mi togli il piatto volendomi punire. Io mangio per compiacerti. Oppure non mangio perché tu insisti, forse l’avrei anche fatto, ma questo premere sull’argomento cibo mi mette a disagio, mi blocca e allo stesso tempo forse sentirti così interessata a me stuzzica il mio bisogno di attenzioni. E allora sto al gioco e tiro la mia parte della corda. Non mangio, piuttosto piango e mi giro dall’altra parte, e la tua ansia cresce.
Ed è così si instaurano circoli viziosi di ansia, paura, tira e molla tra madri e figli che poi si protraggono per anni nutriti da cattiva informazione e cattivi consigli, da ciò che siamo abituati a credere (i bambini fanno i capricci per mangiare) e a fare (lo fanno tutti, no? Insisto solo un po’, non lo sto forzando!). L’amore può passare anche attraverso il cibo, anzi certamente lo fa, ma non ne è l’unico veicolo e soprattutto lasciare liberi di scegliere e di decidere per sé può essere più amorevole di quanto non sia rendersi interpreti e giudici dei bisogni primari altrui.

5. Cattivo rapporto con il cibo

Senza fare psicologia spicciola, che non ci compete, è evidente che iniziare nella prima infanzia con forzature e insistenze può compromettere il rapporto con il cibo. Quante di noi, qui, oggi, generazione dei disturbi alimentari, può testimoniarlo? Io sì.

6. Il doppio svezzamento

Dal latte alle pappe, secondo tempistiche arbitrarie, poi dalle pappe ai pezzetti, che si faticano a gestire dopo aver ingerito per mesi consistenze esclusivamente cremose e aver mancato di educare la muscolatura alla masticazione e alla deglutizione del cibo solido.
Così narrano le infinite storie di bambini che anche ben oltre l’anno di età, a volte anche fino a 3 anni, fanno fatica ad abbandonare pappe e omogeneizzati perché non riescono a gestire il cibo in pezzi.
Ma questo problema è dei bambini, o è un problema indotto da una modalità di alimentazione che non ha permesso loro di crescere piano piano e sviluppare le loro abilità? È come costringere un bambino nel girello anche quando potrebbe camminare da solo e poi di punto in bianco piazzarlo al centro di una grande stanza e chiedergli di arrivare da solo a toccare il muro.

7. Il gusto viziato

Con le limitazioni e le introduzioni estremamente lente di alimenti nuovi secondo i calendari di svezzamento (in genere si introduce un alimento nuovo a settimana, che fanno 20-25 alimenti in totale al compimenti dei 12 mesi, ammesso che uno abbia iniziato a 6 mesi) i bambini conoscono pochissimi sapori – spesso tutti mescolati tra loro – e quando la fase del “mangio tutto quello che mi dai” è superata e si entra in quella della diffidenza, in cui sono meno disposti a sperimentare, schiodarli dall’abitudine ai pochi gusti ripetitivi è compito arduo.
Non c’è da stupirsi se tanti bambini mangiano sempre solo le stesse cose rendendo così anche più probabile che nella loro dieta finiscano cibi spazzatura “purché mangino”.

8. Largo uso di prodotti industriali

Liofilizzati, cereali in polvere, tisane in granuli, passati di verdure confezionati, latti di proseguimento: da ogni angolo lo si guarda, lo svezzamento appare come un’immensa campagna pubblicitaria per far vendere prodotti industriali che ci spacciano come ideali per i bambini, necessari, e senza i quali non cresceranno bene. “Una volta, quando queste cose non c’erano, i bambini chissà cosa mangiavano e infatti stavano male, morivano in tanti…”. Quante volte abbiamo sentito dire frasi di questo tipo… Ma siamo sicuri che questi prodotti siano davvero più sicuri, come ci ripetono all’infinito, campagna dopo campagna? Ci crediamo davvero alle oasi ecologiche? E soprattutto, l’omogeneizzato alla mela che cos’ha della mela? Il nome, suppongo. Se un alimento perché sia digeribile dal bambino piccolo deve essere ridotto in poltiglia dopo numerose lavorazioni, reso indeperibile e confezionato, forse vuol dire che il bambino quell’alimento è meglio che non lo mangi.
Possiamo davvero chiamare questi prodotti cibo? E poi, cibo sano? Abbiamo davvero bisogno dell’omogeneizzato al prosciutto cotto, al formaggino o di quello di cavallo? O siamo noi che serviamo a chi li produce?

9. Mangiare da soli

Mangiare la pappa vuol dire che il bambino mangia da solo ad orari diversi dai genitori, in genere prima, seduto sul seggiolone mentre la mamma o chi per lei lo imbocca, magari persino davanti alla tv così apre la bocca e si fa prima. Ma in questo modo il bambino non mangia con la famiglia e tutto l’aspetto sociale e di condivisione viene totalmente a mancare: la tavola non è solo cibo, ma è anche e soprattutto un momento sociale molto importante, il momento in cui ci si radura – grandi e piccini – si parla, si racconta, e si condivide. Forse uno dei pochi momenti in cui una famiglia riesce a riunirsi tutta assieme. Separare le attività fa torto sia ai figli, che si devono nutrire di un cibo diverso a orari e in sedi diverse, sia ai genitori, i quali si privano di un momento molto importante con i loro figli. Vederli crescere, imparare a gestire il cibo, vederli alle prese con cose nuove e sviluppare nuove abilità è impagabile anche a tavola. Molti di noi non hanno molte altre occasioni di stare con i figli durante l’arco della giornata, sfruttiamo quelle disponibili!

10. Nessuna prevenzione contro le allergie

Per concludere, lo svezzameto tradizionale, ha fallito nell’intento di voler prevenire le allergie alimentari di fatto probabilmente contribuendo al loro fiorire, con la sua attenzione meticolosa all’aspetto nutrizionale e preventivo a scapito di tutta una serie di altre esigenze, sia del bambino che della sua famiglia.

Di nuovo, le cose elencate ovviamente non accadono tutte e tutte insieme a tutti i bambini, perché le variabili sono tante, ma il panorama che si ha leggiucchiando qui e là fa credere che siano casi molto più frequenti di quanto non si immagini.
E’ ovvio che lo svezzamento tradizionale può essere condotto felicemente senza incontrare alcun problema, ma appunto… il problema è spesso nella testa di noi genitori. Quello che è certo è che partendo dal punto di vista dell’AS questi problemi non hanno proprio ragione di esistere perché ne mancano totalmente le premesse.

E voi che ne pensate?


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