Attorno ai 6 mesi di vita, a volte prima, a volte più tardi, il tuo bambino inizierà a mostrare i segni di essere pronto ad introdurre nella sua dieta alimenti diversi dal solo latte. Il latte, però, rimarrà per lui l’alimento principale fino a verso i 12 mesi. Il passaggio da una dieta di solo latte a una “da adulto” sarà un processo lento e rispettoso dei tempi di ciascun bambino. All’inizio si parlerà di 95% latte e 5% beikost; nei mesi il beikost aumenterà e il latte diminuirà progressivamente.
Per Beikost si intende tutto ciò che non è latte materno o artificiale, per cui include anche cose tipo tisane o tè di vario genere, non solo cibi strettamente solidi. In altre parole, se dai qualcosa che non sia latte, hai iniziato a tutti gli effetti lo svezzamento.
Secondo le organizzazioni internazionali che si occupano della salute e dell’alimentazione dei bambini, non si dovrebbe cominciare a dare il beikost prima dei sei mesi circa.
Perché l’input deve venire dal bambino. Quando mostra interesse per il cibo, ovvero lo richiede attivamente, e mostra altri segni di sviluppo motorio, allora vuol dire che è pronto per mangiare qualcosa che non sia latte. Di solito questo succede verso i sei mesi, ma potrebbe ugualmente essere a 5 come a 8 o 9 se non 10.
Il bambino dovrebbe aver perso il riflesso di estrusione (quello che gli fa tirare fuori la lingua se si stimolano le labbra e che permette ai neonati di poppare) ed essere in grado di stare seduto in maniera autonoma.
Ho evitato l’uso della parola “pappa” non a caso: quando si parla di “alimentazione complementare a richiesta” la pappa nella concezione corrente italiana dello svezzamento (brodino, mais e tapioca, omogeneizzati e liofilizzati), perde di significato. Invece si favorisce sin da subito che il bambino condivida la tavola dei genitori.
È sufficiente che i genitori seguano una dieta sana e varia. Non c’è bisogno di diventare dei salutisti a tutti i costi, basta cucinare leggero, evitando cose pesanti tipo fritti, grassi, troppo sale o zucchero, cibi precotti o confezionati (se non se ne conosce la provenienza e gli ingredienti) e seguire un minimo la piramide alimentare. Insomma, se i genitori mangiano bene non si dovranno preoccupare d’altro.
Se la tavola propone alimenti sani cucinati in maniera sana, non c’è motivo di immaginare una distinzione tra cibo per grandi e cibo per piccoli. Non ci sono ragioni fisiologiche per ritenere che un cibo vada bene a 10 mesi e non a 6, o a 3 anni piuttosto che a 8 mesi, poiché l’apparato digerente di un bambino di 6 non è diverso da quello di un bambino di 1 anno o più.
Premesso che, come detto in precedenza, la base dell’autosvezzamento è una sana dieta di famiglia, se dovesse capitare che il bambino allunghi la manina verso un cibo più grasso o condito di quanto non si ritenga adatto, non c’è da farsene un cruccio: ne assaggerà un po’ e non gli nuocerà. Le quantità di beikost ingerite durante i primi mesi di “svezzamento” sono minime, e qualora il cibo non fosse ideale non costituirebbe un problema, l’importante è che sia una tantum. Quello che conta, invece, è il quadro generale, cioè la dieta vista in un intervallo di tempo più ampio e soprattutto l’educazione alimentare che ne consegue.
Che senso ha negare oggi il boccone di patatina fritta ad un bambino che scopre i sapori, gli odori e le consistenze, e dargli da domani per merenda tutti i giorni la merendina confezionata?
Questi sono di solito gli argomenti portati da chi è contrario/spaventato dal concetto di alimentazione complementare a richiesta perché immagina che a sei mesi il bambino si mangerà piattoni di carbonara o di penne all’arrabbiata. Invece la realtà è che il bambino vorrà istintivamente provare più cose possibile e vorrà imitare i genitori in quello che fanno e noi vogliamo promuovere questo comportamento innato del bambino. Non importa il piatto (purché sia fatto in modo ragionevolmente sano e con ingredienti di stagione). È più importante che il bambino provi il numero maggiore di consistenze e sapori per cominciare a sperimentare con il cibo.
Quello della masticazione è un falso mito. Le gengive sono sufficientemente forti da gestire cose come verdure lesse, pasta, pezzetti di carne ecc. Poi mano mano che cresceranno i denti si abituerà ad usarli. Ricordiamoci che durante questa fase i bambini imparano a conoscere non solo i vari sapori, ma anche le consistenze diverse. Se frulliamo tutto, una carota bollita ha la stessa consistenza di una fettina di carne o di un pezzo di pane.
Non temere che il tuo bambino soffochi: nei bambini piccoli è molto forte il “riflesso faringeo”, cioè quello che allo stimolo del palato molle o della parte bassa della lingua provoca un conato impedendo a corpi estranei di penetrare la gola. È importante non confondere questo riflesso con il soffocamento, infatti un bambino che accenna un conato di vomito perché sta sperimentando con il cibo, non si sta strozzando, vuol dire solo che “funziona” benissimo.
Come tutte le cose bisogna fare attenzione e cogliere i segnali. Che il boccone vada di traverso è possibile (cosa sempre vera, indipendentemente dall’età), ma il bambino al quale è stata data la possibilità di imparare a gestire il cibo solido dall’inizio avrà molta più facilità a gestire queste situazioni, semplicemente perché avrà già sperimentato. Di nuovo, devi fidarti di tuo figlio e dargli la possibilità di imparare.
Sostituire un pasto di latte con qualcosa di diverso di punto in bianco è, a tutti gli effetti, un atto di forza nei confronti del bambino che può benissimo non essere d’accordo. Il nome “alimentazione complementare a richiesta”, invece, la dice lunga: il bambino mangia quello che vuole nelle quantità che vuole e se ne vuole (esattamente come fa con l’allattamento al seno). Non vogliamo introdurre il pranzo o la cena da un giorno all’altro o secondo scadenze precise, invece vogliamo assecondare quello che è un processo evolutivo naturale del bambino. Lo svezzamento, così, avviene in maniera “orizzontale“, giorno dopo giorno, con rispetto delle necessità, dello sviluppo e dei tempi del bambino, il cibo entrerà a far parte della sua vita e della sua normalità.
Semplicemente facendogli condividere la tavola dei genitori. Basta metterlo a tavola quando si pranza e/o cena, a seconda delle necessità della famiglia, dandogli la possibilità di partecipare se lo richiede. Per curiosità e di certo per spirito d’imitazione comincerà prima o dopo a fare come voi.
Questo è facilissimo… sarà il bambino a dire che vuole mangiare qualcosa e quando non ne vorrà più smetterà di mangiarlo o ci comincerà a giocare o a fare qualcos’altro; di solito i segnali sono inequivocabili.
Non c’è bisogno di parlare. La comunicazione non verbale è ugualmente efficace. Per esempio sguardi languidi, mani che si protendono verso il piatto e così via. Lo stesso vale per teste che si girano e bocche serrate. Basta fare attenzione ai segnali del bambino.
Vuol dire che non è ancora pronto, ma se si continua a metterlo a tavola (sul seggiolone o in braccio) quando sarà il momento inizierà a fare i primi bocconi.
I bambini non sono tutti uguali. Alcuni mostrano interesse verso i 5 mesi, altri aspettano i 9-10 mesi prima di cominciare. Una cosa è certa, cominciano tutti: non si è mai visto un bambino grande o un adulto che mangi solo latte, quindi è semplicemente questione di attendere che il bambino sia pronto. Dopo tutto, se non mostra interesse per cose che non siano il latte, con altri metodi la cosa non cambierebbe, anzi si instaurerebbe un pericoloso meccanismo psicologico stressante e controproducente sia per i genitori che per i figli.
È normale che un bambino che viene svezzato alla maniera ”italiana classica”, ovvero cominciando anche a 4 mesi e mezzo, sia “più avanti” di un bambino della stessa età che si “auto svezza”. Lo svezzamento non è una gara a chi abbandona prima il latte, al contrario, quello che vogliamo è che il passaggio sia il più graduale e piacevole possibile. Va anche ricordato che non sono rari i casi dei bambini svezzati “tradizionalmente” che fanno fatica a passare dalla non-consistenza delle pappe al cibo vero e a imparare a masticare anche quando cominciano a essere grandicelli; per definizione, un bambino autosvezzato non potrà mai avere questo problema.
Basta usare il buon senso. Noccioline, acini d’uva, olive intere e così via sono alimenti possibilmente a rischio perché possono bloccare le vie respiratorie. Basta ricordarsi di romperli in pezzetti più o meno piccoli che il problema è risolto alla radice.
Quello delle allergie è un argomento complesso e che viene sbandierato da coloro che non credono nell’autosvezzamento. Per farla breve, i pareri sono molto discordanti. Al momento la ricerca tende a raccomandare l’introduzione precoce degli alimenti potenzialmente allergizzanti così da poter permettere al corpo di sviluppare le necessarie difese, e sottolinea che l’introduzione ritardata di alcuni alimenti favorisca le reazioni allergiche, anziché evitarle.
In questo caso bisogna fare attenzione, soprattutto nel caso che uno o entrambi i genitori siano allergici. Ma non c’è bisogno di fasciarsi la testa prima di rompersela.
A che pro? Gli alimenti sospetti si contano sulle dita di una mano (uova, pomodoro, latte vaccino, e pochissimi altri), per cui basta fare attenzione a quelli e in caso di sospetta reazione allergia rivolgersi immediatamente a un medico. Per il resto, che senso ha introdurre le zucchine una settimana, il porro un’altra, lo scalogno una terza e così via. Una vita basterebbe a introdurre tutti gli alimenti. E poi cosa scegliere per cominciare? Insomma, basta un minimo di buon senso.
Poco e niente… solo attendere che il bambino decida quando e cosa mangiare e poi godersi insieme a lui quanto è bello scoprire la tavola! Dovere del genitore sarà solo quello di fornire una dieta sempre varia e salutare.
Non è diverso dal metodo che il bambino usa per imparare a parlare: quando è pronto a dire le prime parole lo farà e se a casa sente sempre e solo parolacce, imparerà anche quelle. Così anche per il cibo, se a casa si mangia bene, e a tavola c’è un’atmosfera serena, il bambino non potrà che assorbire tutto ciò a beneficio suo e di tutta la famiglia.
Niente di serio… bisogna solo non avere fretta perché il bambino potrebbe impiegare dei mesi a passare da 10%-90% a, diciamo 50%-50%. Poi c’è l’inevitabile disordine, cibo buttato in terra, piatti rovesciati e così via, ma credo che questi siano problemi comuni indipendentemente dall’approccio.
Porta pazienza! L’unica cosa che puoi fare è di leggere e informarti quanto possibile sull’argomento (ad esempio leggendo questo blog:) ), dopodiché non potrai non vedere la logica che è dietro il concetto di autosvezzamento (gli articoli scientifici ce li teniamo per quando abbiamo un po’ più di tempo…). Una volta fatto questo passo, controbattere alle inevitabili critiche che riceverai, mosse da chi difende lo svezzamento “tradizionale all’italiana” e i vari schemini, sarà un gioco da ragazzi.
Anche io ho una curiosità anche se non ho ancora cominciato. A 7 mesi Mattia inizierà ad andare al nido :-( e mangerà lì con gli altri lattanti come mi devo comportare io posso anche far presente dell'autosvezzamento ma dubito che si mettano a preparare pasti diversi per i bimbi piccoli e con Michelle sono sicura che cucinassero le classiche pappe. I lattanti mangaino prima verso le 11.45 mentre i semidivezzi e i divezzi alle 12.30
Ti consiglio di parlarne con il nido e di spiegare la tua situazione. Se loro fanno la faccia dei tipo "ma questa è matta, chi l'ha mai sentita una cosa simile?" lascia perdere, tanto tuo figlio farà capire i suoi desideri alle educatrici. Se non vorrà essere imboccato e preferirà i pezzetti (com'è nel nostro caso con Baby C.) non ci sono santi che tengano. Se invece è più accomodante (come BM) potete benissimo viaggiare su binari paralleli... all'asilo si seguono le loro regole e a casa si fa come dici tu. Tanto i bambini non si confondono:)
Mi ricollego a quanto detto da Chiara e pongo una domanda: perché i pediatri sono contro?
Alla fine a loro cosa cambia? Anche io vorrei fare auto svezzamento perché il mio ha sei mesi e mezzo e le pappe non le vuole...
Bella domanda, Roberta...
Innanzitutto va ricordato che non tutti i pediatri sono contro, ce ne sono diversi che sostengono l'alimentazione complementare a richiesta (ACR) e la propongono alle "loro" mamme. Nonostante ciò la vecchia scuola continua a prevalere, ma forse è solo questione di tempo e la situazione potrebbe lentamente rovesciarsi? Speriamo.
A loro cosa cambia? Bè, tristemente non sono pochi i casi in cui il medico viene "sovvenzionato" dalle case produttrici di prodotti alimentari destinati ai bambini, che di conseguenza vengono proposti (se non in alcuni casi imposti) alle mamme. Inoltre in molti casi si tratta semplicemente (si fa per dire...) di disinformazione o mancato aggiornamento, cosa anche comprensibile ma alla fine dei conti secondo me non accettabile. Infine ci sarà sicuramente una parte di medici pediatri di base convinta di quello che fa, che nelle pappe e negli omogeneizzati ci crede profondamente per motivi professionali e scientifici. E questo mi sta benissimo.
Perché i pediatri sono contro? Dovremmo chiederlo a loro :-) Sarebbe davvero interessante sentire il loro parere.
il mio pediatra una risposta me l'ha data....Quando gli ho detto che mi stavo interessando all'Autosvezzamento (ma in verità già lo facevo) lui, non sapendo cosa fosse, mi ha chiesto: "vuole dire l'introduzione precoce di tutti gli alimenti?". Gli ho risposto che più o meno era così e la sua risposta è stata:" io so che la ricerca sta andando in questa direzione e tra tre anni dovrò dire così, ma finchè le linee guida non mi dicono di dirlo e le ricerche non sono concluse io non posso dirgli di farlo". Un altro medico mi ha confermato che ci sono linee guida che devono seguire i medici di base. La domanda che mi viene allora è: perchè alcuni medici comunque propongono l'ACR? sono anarchici? rischiano? e perchè se seguono tanto le linee guida del ministero continuano ad iniziare lo svezzamento a 4 mesi anche se quelle dicono a 6???
Sono d'accordo con tutto quello che ha scritto Gloria.
Però questa domanda mi ha stimolato anche una riflessione.
I medici esistono per individuare eventuali patologie nei pazienti e curarli.
Per un ormai tradizionale vizio d'impostazione il bambino in età di passaggio fra latte e cibo viene assunto d'ufficio come potenziale 'malato' (non che lo pensino generalmente tale in maniera razionale, ma agiscono di fatto 'come se') e si presume che vada monitorato in ogni fase di questo percorso.
Monitorato e controllato. Ne consegue che si presume che debba essere tenuto sotto controllo ogni singolo alimento che metterà in bocca.
Secondo me questa esigenza (presunta) di controllo li porta troppo facilmente ad aderire e a tenersi ben saldamente attaccati/affezionati al sistema dosi/tempi/prescrizioni/ricette (posologia) di cui è esempio emblematico il cosidetto metodo 'tradizionale.
...che di tradizionale, in realtà, ha solo un già troppo protratto errore d'impostazione.
Ma è una strada da loro collaudata che rassicura loro ancor prima che i genitori.
Grazie!
Greta ha 4 mesi appena compiuti quindi per ora è presto. Però dei famosi 3 segnali l'interesse per il cibo che mangiamo noi ce l'ha già da un po'. Dobbiamo metterla a tavola con noi o in braccio e lei fissa il cibo dal piatto alla bocca :-) ora poi comincia anche a stare seduta abbastanza agevolmente da sola quindi al 6° mese compiuto la mettiamo sul seggiolone e vediamo che combina... la mia "ansia" maggiore è "combattere" con pediatra e parenti... :/
L'argomento mi sembra molto interessante. Una domanda di ordine pratico.
Quando metto a tavola la bimba insieme a noi, che faccio, le devo preparare il suo piatto in cui metto il cibo che anche noi stiamo mangiando ma tagliato in piccoli pezzi o parti, oppure lascio che sia lei a prenderlo dai nostri piatti e poi glielo riduco in piccoli pezzi?
La bimba ha il suo piattino come noi o lascio che prenda dal nostro o dal centro della tavola?
E se il secondo caso, come mi regolo riguardo alla grandezza del boccone?
grazie!
Ciao Chiara e benvenuta.
Se siete proprio all'inizio, credo sia decisamente meglio far pescare dal proprio piatto, dato che vorrà giocare con questo e quello più che mangiare:) Starà poi a voi saper leggere i segnali che vi darà vostro figlio per passare alla fase II: il piatto.
Quando mettete le cose nel piatto, soprattutto durante le prime fasi dello svezzamento vero e proprio, abbiamo visto che è meglio mettere davanti 1-2 cose e aspettare che siano state mangiate per poi proseguire fino a che non ne vuole più.
Per quanto riguarda le dimensioni, vedi come reagisce tuo figlio... i pezzi più grossi sono più gestibili autonomamente. Potresti provare, ad esempio, con dei fusilli o alberi di broccolo lessati. Fai attenzione però a non cuocerli troppo, se no gli si rompono in mano :)
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