E se mangia poco? E se mangia tanto?



Una prospettiva diversa anche nello svezzamento

Due domande (solo apparentemente) diametralmente opposte:

  1. Il mio bambino mangia tanta pappa con convinzione e con gusto; a che pro complicarsi la vita con l’autosvezzamento?
  2. Il mio bambino, per quanto si insista, mangia poco; come posso pensare che l’autosvezzamento sia adatto a lui?

Chiaramente l’autosvezzamento è ideale in entrambi i casi. Vediamo perché:

1) Se il bambino mangia spontaneamente molto e di gusto, non ha molto senso doverne limitare le scoperte con pappine informi e dal gusto più o meno sempre uguale. Invece è senz’altro meglio approfittare del suo interesse nel cibo per fargli provare il maggior numero di cibi e consistenze possibili, in caso – come spesso accade avvicinandosi ai 12 mesi e a fasi alterne anche più in là – l’interesse muti nel tempo.
Alcuni bambini preferiranno consistenze più morbide, altri più dure; c’è chi desidererà farsi aiutare e chi vorrà assolutamente fare da solo – e guai a offrirgli qualcosa. Il denominatore comune tra tutti questi bambini è il forte desiderio di sperimentare e di provare, e non c’è alcun motivo di tarparlo in nome di una “gradualità” che sappiamo non avere senso. Non è meglio sedersi tutti a tavola ed esplorare tutti insieme?
Tra l’altro, non dimentichiamo che per quanto gli piaccia mangiare, dietro l’angolo c’è sempre il pericolo che una volta abituato alle pappe non voglia più lasciarle… e dopo tutto, perché dovrebbe se gli è stato insegnato che il cibo è quello? La natura ci fa fare il salto dal latte al cibo “solido” in modo istintivo, ma si è scordata di aggiungere il passaggio successivo, ovvero quello dalle pappe al cibo “vero e proprio” … :)

2) Se da una parte avere un bambino “mangione” fa sì che abbia relativamente poca importanza la scelta che il genitore fa in materia di approccio al cibo, quando il bambino mangia poco o sembra che non gli piaccia affatto, l’autosvezzamento diventa una scelta assolutamente imperativa.
Sappiamo come forzare il bambino possa risultare deleterio per il bambino e stressante per il genitore. Il primo potrebbe sviluppare un antipatia verso il cibo e verso tutto ciò che i ruota intorno; il secondo pensare che il bambino appassirà come un fiore senz’acqua. Tutto questo porta al conflitto, e con sé tutto un castello emotivo legato al cibo e al rapporto con esso.
Invece il genitore deve ricordare sempre che:

  • i bambini non si lasciano morire di fame (avete mai sentito parlare di un bambino morto per denutrizione in Italia?)
  • il bambino non sta facendo un dispetto ai genitori se non mangia quello che vogliono LORO; semplicemente non è ancora pronto e ascolta il proprio corpo e le proprie necessità
  • prima o poi tutti quanti passano ai solidi (la domanda non è quando, ma come si passa ai solidi)
  • c’è sempre il latte

Quindi è inutile starsi a dannare la vita e a rendere il momento dei pasti un inferno per tutti… è sufficiente dare tempo al tempo che le cose si aggiustano da sole.

A questi punto dovrebbe essere chiaro che le domande riportate all’inizio del post non sono poi così diverse tra loro; anzi sono molto simili. Questo perché entrambe sottintendono che lo svezzamento “tradizionale” sia la norma e rivelano come spesso si cerchino ragioni (più o meno logiche) per giustificare a se stessi e agli altri l’impossibilità di deviare dalla “retta via”, nonostante (ci diciamo) ci sarebbe piaciuto.

L’autosvezzamento richiede in molti casi un cambio di prospettiva da parte dei genitori. Un buon punto di partenza è riscrivere le suddette domande in modo diverso:

  1. Il mio bambino mangia tanto con convinzione e con gusto; a che pro complicarsi la vita con lo svezzamento “tradizionale?
  2. Il mio bambino, per quanto si insista, mangia poco; come posso pensare che lo svezzamento “tradizionale” sia adatto a lui?

In questa forma fanno tutto un altro effetto, vero?

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