Le vignette umoristiche – prima parte



[box]Mi chiamo Manuela Tomassetti, sono una psicologa e mi occupo da sempre di nascita e dintorni. Ho cominciato nel lontano 2001, appena laureata, con un corso per operatori che mi ha preparato a condurre corsi di accompagnamento alla nascita. La parte pratica di questo corso era un tirocinio in sala parto nell’ospedale più noto di Roma.
E’ stata un’esperienza piena e ricca che ha direzionato il mio futuro professionale.
Ho iniziato a condurre corsi di accompagnamento alla nascita, e a sfruttare le mie conoscenze psicologiche per farmi domande nuove. Rispolverando gli studi di puericultura e psicologia perinatale e infantile condotti all’università, ho ampliato il cerchio con approfondimenti personali, corsi, seminari, convegni. Oggi continuo a condurre corsi per accompagnare le coppie all’evento parto, le seguo anche in piccoli percorsi dopo la nascita, sono diventata insegnante di massaggio infantile e consulente del Portare certificata e la mia formazione è in continua evoluzione.
I temi della maternità, dei bisogni del neonato, dell’allattamento, del contatto, dello svezzamento, dell’educazione dei piccoli mi sono cari e credo abbiano bisogno di essere presentati in maniera completa, visti dalla parte del bambino, della mamma e del papà, e non dalla parte del consumismo, delle dicerie, delle aziende di prodotti per bambini o dei marchi farmaceutici.
Proprio da questa considerazione, nell’estate del 2014 sono nate le mie vignette, che sono un semplice e diretto escamotage per dire quel che mi preme attraverso il sorriso. Al momento sono 18, e qui trovate le prime 8, ma sono piaciute molto alle mamme che mi seguono e anche ai miei contatti virtuali, quindi molto presto mi dedicherò ad una seconda serie![/box]
1. verdone
Questa è la prima idea che mi è venuta pensando a questo progetto.
Era fine agosto e come tutte le buone idee mi è venuta di notte!
Sebbene il messaggio sia semplice e diretto, dietro questo fumetto messo in bocca ad un notissimo personaggio per essere comico pur dicendo una grossa verità, è un messaggio complesso che può essere considerato uno dei fulcri del mio lavoro.

La paura della nostra società di viziare i bambini attraverso il contatto è un retaggio talmente radicato che non ci si sofferma mai a riflettere sulle sue origini e sul suo significato.
Usare una fascia per portare il proprio bambino nei primi mesi è un desiderio che molte mamme hanno sperimentato perché è un modo naturale di accudire e andare incontro alle esigenze di prossimità del neonato. La fascia è uno strumento, ma naturalmente il bisogno sottostante non è diretto allo strumento. Tenere i figli in braccio, anziché nella culla, è un istinto naturale che spesso viene zittito, per timore che questo contatto possa far abituare i bambini e schiavizzi il genitore.
In realtà sia le madri che i figli sentono questo potente richiamo al contatto e alla prossimità perché la natura vuole che i primi mesi dei cuccioli d’uomo siano protetti dall’abbraccio materno. Non facciamo che obbedire ad un bisogno primordiale, una esigenza istintiva legata alla sopravvivenza.
Lungi dal creare una dipendenza a tempo indefinito, quel che viene chiamato vizio, il contatto prossimale offre al bambino la possibilità di sviluppare le proprie competenze relazionali in maniera sana e getta le basi della sua autostima. Per la madre, e per il padre, è invece fondamentale per far emergere le capacità genitoriali che saranno fondamentali per entrare in comunicazione, comprendere e guidare il figlio nella sua crescita.
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2. albanese

Quella stessa notte ne vennero parecchie altre di idee goliardiche che ho poi trasformato in vignette.

Questa seconda è la degna discendente della prima.
Di nuovo un personaggio conosciuto e comico mi è sembrato utilissimo per mandare questo messaggio, per accentuare il fatto che certe verità a volte sembrano barzellette, ma sono invece di una semplicità e di una immediatezza evidenti.
Noi esseri umani abbiamo sempre accudito i nostri figli attraverso il contatto, e questo è dimostrato da numerose testimonianze storiche. Quel che è ancor più interessante però è trovarci rispecchiati nei grandi primati che portano addosso i loro cuccioli con estrema naturalezza.
I neonati di un milione di anni fa se ne stavano pacificamente attaccati al pelo della loro mamma, esattamente come fa oggi un piccolo gorilla, perché quello è il posto più adatto dove crescere, sentirsi al sicuro e protetto fin quando non è abbastanza maturo per cavarsela da solo.
Oggi le donne non hanno tutta quella peluria (per fortuna!) ma possono sopperire con le braccia o con una fascia per sostenere i neonati e tenerli vicino, ma i bambini continuano a stringere i pugnetti come se mamma fosse ancora un po’ scimmiesca, tanto è vero che se ci acchiappano una ciocca di capelli siamo perfettamente in grado di comprendere che potrebbero starsene saldamente ancorati lì per ore!
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3. maestro yoda

Anche con la terza vignetta il tema resta quello del contatto, a me molto caro.

A dispetto di quel che abbiamo sentito dire per decenni da amici, parenti, esperti e sconosciuti, l’idea di lasciar piangere il bambino nella culla non ha alcun fondamento scientifico.
Probabilmente la convinzione che il bambino nella culla abbia soltanto intenzione di manipolare l’adulto per costringerlo ad essere preso in braccio non ha mai convinto davvero nessuno, ma molte madri si sono nel tempo lasciate intimorire dal fatto che il bambino desidera questa vicinanza ininterrotta e che questo sia impossibile da conciliare con tutto quel che non è la cura nei suoi confronti. Complice di tutto questo, storicamente, è stata la crescente percentuale di donne lavoratrici, costrette a tornare precocemente al loro impiego e dunque spinte dalla società a rendere indipendenti i loro neonati in tenerissima età, come se l’indipendenza da conquistare fosse quella dall’abbraccio materno.
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4. Potter

Con la quarta vignetta il tema affrontato nella precedente si può completare facilmente. Il precoce ritorno a lavoro delle madri doveva per forza coincidere con un precoce svezzamento dei lattanti, in modo da renderli indipendenti, non soltanto dall’abbraccio materno, ma anche dall’allattamento che in questo modo è ridotto a mero atto di nutrimento.

In questo inadeguato progetto educativo, ovviamente caldeggiato dalle aziende produttrici di alimenti per bambini, e purtroppo da una larga fetta di pediatri assolutamente impreparati dal punto di vista della corretta alimentazione dei neonati, nessuno sembra tener conto del fatto che il bambino non è fisiologicamente pronto ad accettare null’altro che il latte materno nei primi sei mesi della sua vita.
A tutt’oggi nonostante le raccomandazioni dell’OMS molti bambini sono costretti a portare avanti la battaglia della pappa sputata nell’improbabile tentativo di far comprendere agli adulti che non sono pronti al cucchiaino e che non c’è alcuna fretta di cominciare lo svezzamento.
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5. rondini e consigli

Con questa vignetta ho voluto riassumere la situazione stressante che si trovano a gestire le neomadri, già abbastanza provate dal parto, dalle difficoltà di gestione dei nuovi equilibri, dal sonno probabilmente frammentato e dalle emozioni contrastanti che la maternità porta con sé.

Il mondo in cui vivono è molto richiedente e per tutta la vita hanno dovuto competere, dimostrare il loro valore, affrettarsi a raggiungere gli obiettivi, seguire corsi per aumentare le competenze. Tutto questo le ha costrette a mettere da parte le qualità innate di maternage, l’intuito e la propensione alla cura, che alcune forse riescono a mantenere vivi con un gattino, o con i bambini degli amici, ma che mediamente sono giudicate inutili per la carriera, per affermarsi socialmente.
Dunque la maternità le sorprende impreparate, non per mancanza di abilità ma per aver sepolto queste doti sotto un mare di assertività, competizione e intraprendenza. E’ facile a quel punto che i milioni di consigli non richiesti, di giudizi gratuiti, di dicerie vuote, di vecchie credenze, piovano sul capo delle neo-madri aumentando l’incertezza anziché incrementare la fiducia nella loro capacità di essere buone madri. Con il secondo figlio sono tutte più forti e meno prede, hanno esperienza, si sono liberate dalle incertezze e scelgono consapevolmente, ma all’inizio è davvero una fatica restare in equilibrio.
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6. adriana
Il tema dell’allattamento mi sta molto a cuore, perché mi sono resa conto che prima di lavorare nel settore maternità, ero io stessa convinta di una serie di infondatezze culturalmente accettate su cui non mi ero mai interrogata. Come ogni donna, sono cresciuta ascoltando voci popolari, familiari, autorevoli, commerciali, tutte piuttosto concordi nel dipingere l’allattamento come una eventualità e non un fatto assodato, come una fortuna e non una processo naturale, come una condotta cadenzata da orari e prescrizioni piuttosto che come qualcosa che si sintonizza sui bisogni dei neonati, e altre simili amenità. Pur non avendo figli e non avendo quindi esperienza diretta di allattamento, studiando il tema e confrontandomi con madri che allattano e con persone qualificate che promuovono l’allattamento, sono diventata una forte sostenitrici del diritto di ogni donna di essere correttamente informata e saldamente sostenuta nel suo percorso di mamma, anche attraverso questo gesto naturale e bellissimo. Per questo ho scelto di far urlare a Rocky Balboa di ignorare le voci insensate e fidarsi del proprio corpo. Adriana allatta! La vignetta è stata pubblicata anche a sostegno della Settimana internazionale dell’allattamento. SAM 2014
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7. Blade runner
In occasione della settimana internazionale del babywearing ho voluto mettere l’accento sui benefici del portare i bimbi a contatto, convinta che rispondere ai bisogni di prossimità dei piccoli sia quanto di meglio possiamo fare noi adulti per garantire loro condizioni ottimali di crescita e apprendimento. Gli studi infatti dimostrano che i bambini portati piangono sensibilmente meno rispetto agli altri, ricevendo maggiore soddisfazione nella loro esigenza di contatto e percependo attorno un ambiente più attento e accogliente a cui affidarsi. Non è dunque un capriccio piangere per essere tenuti vicini, ma un bisogno espresso. Non è dunque furbo un bambino che smette di piangere quando è addosso, in braccio, in fascia, ma è un bambino che ha ricevuto una risposta adeguata alla sua richiesta di contatto e dunque non ha ragione di piangere perché si trova in uno stato di benessere che ne garantisce la sopravvivenza.
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8. Biancaneve

Nella cultura del basso contatto, della società dei consumi, delle risposte a tutte le domande non poteva certo mancare un complesso sistema organizzatissimo per consentire alle mamme di staccarsi dai loro figli precocemente e tornare a far parte del mondo produttivo e frenetico. Parte di questo meccanismo è gestito dagli inviti pressanti a svezzare i neonati, presentando questo passo come qualcosa di meraviglioso anche quando è assolutamente fuori tempo.

Purtroppo il congedo di maternità obbliga spesso le madri a rientrare nei posti di lavoro quando è ancora improponibile dal punto di vista dell’accudimento del bebè, e dunque la miglior soluzione sembra essere quella di svezzare il piccolo, come se i tempi della società potessero imporre alla fisiologia un ritmo diverso da quello che per milioni di anni ha regolato l’essere umano.
A tre mesi nessun bambino è pronto ad assaggiare cibi diversi dal latte materno, neppure la bella mela rossa di Grimilde.
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Cosa ne pensate? Quale immagine vi ha colpito di più? Raccontatecelo nei commenti.[/box]

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