Cosa ci insegna l’Inghilterra in tema di alimentazione infantile? più di quanto non si pensi!



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baby food inghilterra

Stasera per il piccolino facciamo un omogeneizzato di lasagna o uno di carbonara? Dopo tutto ieri ha mangiato il pollo agrodolce e il giorno prima una paella, quindi un piatto italiano ci sta.
Ciao sono Andrea di Autosvezzamento.it e non un alieno trasportato qui da un pianeta sconosciuto. Se vi ricordate in un video recente vi ho portato a fare un giro nel mio supermercato di zona a esplorare il reparto baby food. Se non lo avete ancora visto, lo trovate linkato in alto e in bassonella descrizione. Vi ricordo anche che io vivo nel Regno Unito, e so bene che le cose che si trovano qui sono un po’ diverse da quelle a cui il consumatore italiano è abituato. Anzi, sono così diverse che, come mi è stato detto in alcuni commenti, dimostrano che bisogna insegnare a cucinare agli inglesi. Ma forse la lezione che ci insegna il baby food britannico è un’altra. Così in questo video voglio provare a rispondere a questa domanda:

Cosa ci insegna l’Inghilterra in tema di alimentazione infantile? Più di quanto non si pensi.

La prima cosa che si nota girando per il reparto baby food è come i nomi dei vari prodotti, con l’eccezione di quelli per la primissima infanzia come il baby riso, si ispirino ai piatti per adulti. Abbiamo ad esempio pollo caraibico con mango (Ella), spezzatino di pollo con lenticchie e albicocche (Heinz), il risotto con verdure e tacchino (Hipp) e via dicendo. Non c’è alternativa, sono tutti così dal primo all’ultimo. Non ci vuole una laurea per vedere come tutti questi prodotti si ispirino alla cultura del piatto pronto da scaldarsi al microonde-e-via, così comune nel Regno Unito – e chi mi vede da lì sa bene di cosa parlo. Anzi, probabilmente lo potremmo chiamare l’effetto “Marks and Spencer”. Marks and Spencer è una catena di supermercati di fascia piuttosto alta, per cui più caro degli altri, ma ha la nomea del marchio che vende prodotti piuttosto costosi, ma di qualità (se poi siano DAVVERO di qualità non lo so). Se andiamo nel reparto alimentari troviamo che vende quasi solo ed esclusivamente piatti pronti. Questa catena ha fatto del piatto da riscaldare al microonde la sua ragione di vita. Il parallelo con il baby food quindi non è poi così azzardato.
In questo senso, ci possiamo davvero sorprendere che ci sia una lasagna in vasetto? O gli spaghetti alla carbonara? Chiaramente no. Fa tutto parte della cultura del cibo pronto. Ma c’è anche un’altra chiave di lettura importante: nel Regno Unito, al contrario dell’Italia, le marche di baby food vogliono promuovere l’idea che il bambino sia un piccolo adulto – concetto che in Italia invece sarebbe accolto con forte scetticismo, se non addirittura scandalo. Così vengono commercializzati tutti piatti teoricamente per adulti, per non parlare dei tantissimi tipi di snack e patatine finte che riempono gli scaffali.

Altra cosa che ho notato è l’alta prevalenza di prodotti bio. Ella’s Kitchen, un marchio nato in Inghilterra, fa esclusivamente roba bio e su questo ha incentrato la strategia di marketing. Ella da sola occupa una buona parte del reparto baby food, almeno nel caso del mio supermercato, e se aggiungiamo la Hipp e altre marche minori vediamo che c’è un’alta percentuale di prodotti bio. Peccato però che un articolo di baby food che sia bio o meno conti meno di zero ai fini della qualità del prodotto finale. Dovrò dedicare un video apposito su questo argomento, ma per il momento vi ricordo semplicemente che spendere di più per acquistare un omogeneizzato bio non vi dà un prodotto di qualità diversa da quello ordinario. Però, il bio vende ed è quindi logico spingerlo – questo accade anche in Italia, anche se non così tanto. Il tutto rientra nella logica del piatto pronto di qualità; se è pure bio è ancora migliore. Dopo tutto per i figli si fa questo e altro. Come si dice… I poteri del marketing… Per saperne di più sul bio in generale vi rimando agli articoli di Dario Bressanini che ne sa molto più di me sull’argomento; ad esempio, questo.
Però ci dobbiamo chiedere, c’è qualche differenza qualitativa tra il baby food che si trova in Italia e quello che si trova in Inghilterra? Chiaramente no! Sia il baby food italiano che quello inglese devono sottostare alle stesse leggi della comunità europea (e sono sicuro che questo varrà anche dopo il brexit). Dato che queste leggi sono piuttosto stringenti non ha senso pensare che quello che si trova nel supermercato dietro casa mia sia migliore o peggiore di quello che si trova, per dire, a Roma. Anche i paragoni tra marche difficilmente hanno senso se sono qualitativi; si può fare solo riferimento al gusto: dovresti comprare una marca piuttosto di un’altra perché piace di più al bambino. Al massimo quello che potremmo fare è leggere la lista degli ingredienti di prodotti simili e vedere quale ci sembra migliore, e scegliere così. Invece subentra il nostro modo di percepire un prodotto, la confezione usata, la pubblicità che abbiamo visto in televisione, e via dicendo, ovvero solo criteri che poco hanno a che fare con l’oggettiva qualità di quello che abbiamo davanti.

L’aspetto fondamentale del baby food che si trova nei supermercati britannici però è un altro: la mancanza più totale di tutti quegli articoli che al genitore italiano medio sembrano normali e indispensabili: mais e tapioca, mai visto; pastina, sconosciuta; omogeneizzati mono gusto, ignoti e la lista potrebbe continuare. Anzi, avete notato la totale mancanza della parola “omogeneizzato”? Non viene usata da nessuna parte nel contesto del baby food, così come il concetto di “liofilizzato” è del tutto sconosciuto. Considerate poi che molte delle marche che si trovano in Italia e nel Regno Unito sono le medesime. Ad esempio, Cow and Gate è Mellin, riconoscete il logo? La Heinz è parente della Plasmon; la Hipp è la Hipp. In pratica è rimasta fuori solo Ella’s Kitchen, che non credo sia ancora sbarcata in Italia, e alcune marche minori. Non vi sorprende che ci sia tanta diversità tra due paesi così vicini? Non dimentichiamo i tanti genitori italiani che vivono all’estero e spendono una fortuna per farsi recapitare gli ingredienti essenziali per la pappa… Come mai se hai un bambino piccolo e sei all’estero ti sembra di stare su un altro pianeta? Abbiamo detto che le marche sono quasi tutte identiche, che la legislazione che regola il baby food è dettagliata e non lascia molto spazio per manovre; ma allora dov’è l’inghippo? L’inghippo non è nel baby food che troviamo in vendita, ma nelle nostre premesse che sono chiaramente sbagliate. Ovvero, lo schema di svezzamento come lo vedono il genitore e, purtroppo, il pediatra medio è un’emerita ST%&@$£@! Potete star certi che le multinazionali che vendono cibo per neonati sanno quello che fanno e di certo non è nel loro interesse farsi far causa per danni a bambini. Inoltre non vedo neanche tutta questa folta schiera di bambini denutriti, emaciati e con ritardi di crescita perché non hanno accesso al mais e alla tapioca, e di certo per loro vendere un tipo di prodotto o un altro non fa alcuna differenza. Invece l’industria segue semplicemente quelli che sono i desideri, spontanei o indotti, dei consumatori. Dopo tutto un’azienda sta lì per fare soldi e non per educare la popolazione, indipendentemente da quanto ci possa far credere il loro accattivante sito web o la grafica che utilizzano sui loro prodotti. Quindi quello che ci insegna la passeggiata nel reparto baby food di un supermercato britannico è che l’idea dello svezzamento dei bambini a suon di brodo vegetale mescolato con farine e mezzo omogeneizzato di manzo, e completato con un filo d’olio di oliva e una spolverata di parmigiano è semplicemente frutto della NOSTRA cultura e del NOSTRO modo di immaginare la prima infanzia che ci viene sapientemente riproposto dai produttori di baby food. Di certo se mangi una pappa così non ti cresce un terzo braccio, ma è anche vero che se invece di usare questo approccio adotti una atteggiamento completamente diverso ugualmente non ti crescerà una seconda testa o una terza gamba. Lo stesso discorso vale per l’introduzione graduale degli alimenti: secondo voi è possibile che i bambini inglesi siano immuni dai rischi generati dall’assunzione di frutti di bosco in età precoce? Sembrerebbe così, a giudicare da questo vasetto commercializzato per bambini dai 4 mesi e contenente un pochino di fragole e mirtilli (hipp). O quest’altro di Ella’s Kitchen che contiene un bel po’ di fragole. Non parliamo poi dell’idea di introdurre un alimento alla volta… prendiamo questo “cottage pie” di Ella indicato dai 7 mesi che potremmo mangiare stasera. Contiene: patate, cipolle, manzo, patate dolci, carote, piselli, pomodori e una spruzzata di cannella e origano. Domani invece potremmo provare questa pasta della Cow and Gate contenente: Pomodoro, zucca, cipolla, pastinaca, pasta, acqua, pollo, amido di mais, basilico, origano e olio di colza. Non faccio altri esempi altrimenti finiamo domani, tanto ci siamo capiti.

La tradizione dello svezzamento pediatrico/medicalizzato non è supportata da quelli che sono i primi interessati all’argomento, ovvero i produttori di baby food, e se per loro non è importante puoi stare pur certo che non è importante per nessuno.

E ora, fammi sapere nei commenti cosa ne pensi. Sei forse in un paese diverso dall’Italia e non riesci a fare lo svezzamento all’italiana? La cosa ti ha causato problemi? Oppure sei uno straniero in Italia e pensi che tanti pediatri e genitori intorno a te siano tutti matti?
Ricorda, ci sarà sempre un genitore che verrà dopo di te e si porrà le tue stesse domande e che ti ringrazierà per aver condiviso la tua esperienza perché l’ha aiutato a fugare un dubbio.
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