Bisogna allattare in modo esclusivo fino a sei mesi: verità o ideologia?



inizio svezzamento età
Dittatura del calendario

Allattamento esclusivo per i primi sei mesi di vita del bambino.” Chi non ha sentito ripetuto più e più volte questo mantra? Tutti voi avrete notato che se si parla di neonati prima o poi qualcuno lo tirerà fuori. Ma in quanti si sono soffermati a capire cosa voglia effettivamente dire? Dato che sono qui a scrivere questo articolo, direi… pochi. Ad esempio l’altro giorno mi è capitato di leggere un articolo a firma di un medico e intitolato “Svezzamento dei bambini: assolutamente solo latte fino al 6° mese“. A dire il vero l’articolo non è male, difatti chi scrive dice che bisogna andare contro le “prescrizioni rigide e standardizzate uguali per tutti i bambini” e che “ogni bambino ha il suo tempo“, ma sembra che questo vada bene fintanto che si è rispettata la regola del “solo latte fino al 6° mese”. Solo a me questo sembra un controsenso? Prendiamo qualche altro classico del tipo: “i legumi si inseriscono al decimo mese” oppure “cominciamo con la cena 4 settimane dopo il pranzo“; se ci pensate, queste frasi, al di là della loro veridicità scientifica, non sono poi così diverse dall’affermare che il bambino non deve assolutamente mangiare niente di diverso dal latte per i primi sei mesi di vita. In tutti questi casi ci sono scadenze fissate in modo più o meno arbitrario, e non ci si può non chiedere come possano essere applicate uniformemente a tutti i bambini.

Il punto è che siamo tutti talmente ossessionati dalla lotta – peraltro giustissima – contro l’industria del baby food che ci sentiamo obbligati a fornire una data per un allattamento “ottimale” e una crescita “perfetta” – che sia 4 o 6 mesi, poco importa. Il problema è però che così facciamo proprio il gioco dell’industria perché proponiamo un modello che è valido per tutti, ma senza fermarci a riflettere se questo abbia un senso. Se diciamo che l’allattamento DEVE durare in modo esclusivo per i primi sei mesi di vita del bambino, cosa facciamo con i bambini che qualche settimana prima mostrano interesse a voler iniziare? E con quelli che invece vorrebbero iniziare dopo? A me sembra che ricadiamo nella trappola del cibo che in età pediatrica sembra venire “somministrato”.

L’equivoco nasce, al solito, dall’idea che abbiamo di “pappa” e “porzione” in quanto nella nostra testa il bambino allo scoccare della mezzanotte dei sei mesi di vita sostituirà una poppata con la sua bella porzioncina di pappa (uso la parola “pappa” in modo generico). Ovvero lo svezzamento avviene in modo rigido, calendarizzato e “verticale“. Ma questo è il modo di pensare che l’industria del baby food ci ha insegnato e che, involontariamente, continuiamo a propagandare. Invece dobbiamo cambiare radicalmente il modo di approcciarci alla situazione.

Il bambino non si avvicina al cibo dall’oggi al domani secondo la NOSTRA tempistica, ma secondo la SUA. Come avviene questo cambiamento? In modo graduale e impercettibile, cominciando di solito mettendo in bocca qualcosa per poi sputarlo facendo una faccia disgustata. Non esiste la “porzione” di cibo per il bimbo, così come non esiste la sua pappa. Esistono solo i piatti dei genitori. Il bambino gradualmente e impercettibilmente comincia a conoscere il cibo solido e se la sua prima volta capita a 6 mesi e un giorno o 6 mesi meno un giorno, o a 5 mesi o a 7 mesi… poco importa. Il processo è lungo e non ci sono scadenze. Chi ci vuol far credere che le scadenze esistano è proprio l’industria; noi siamo stati bravissimi a farci convincere che quello che dice è buono e giusto che oramai è diventato la realtà accettata da tutti (anche e soprattutto da chi gli lotta contro). Che poi in media il bambino mostrerà interesse per il cibo e avrà le capacità motorie necessarie per gestirlo proprio intorno ai sei mesi è certamente vero, ma ricordiamoci sempre che parliamo di medie che ci dicono poco riguardo al singolo individuo.

Purtroppo spesso e volentieri anche gli operatori del settore non aiutano. Quante volte abbiamo sentito di pediatri che ordinano ai genitori di far mangiare il loro figlio? Ma ancora più grave sono le imprecisioni che leggiamo nelle linee guida, che sono scritte o tradotte in modo ambiguo o inesatto.

Prendiamo il documento dal titolo: Alimentazione dei lattanti dei bambini fino a 3 anni: raccomandazioni standard per l’Unione Europea, che, nonostante sia di oltre 10 anni fa, è senz’altro uno dei migliori che abbiamo sull’argomento. Qui leggiamo, ad esempio, (il grassetto è mio):

8.4 – I lattanti devono perciò iniziare l’alimentazione complementare al compiere i sei mesi d’età, o poco dopo. Tra i 6 e gli 8 mesi questi alimenti si devono offrire 2-3 volte al giorno, aumentando a 3-4 volte dopo i 9 mesi ed aggiungendo una merenda nutriente 1- 2 volte al giorno dopo i 12 mesi, se il bambino lo desidera. Il latte materno, tuttavia, deve rimanere la fonte primaria di nutrienti per tutto il primo anno di vita.

Cosa sono tutti questi “deve” e “devono”? E se i bambini non ubbidiscono cosa accade, viene la polizia a casa oppure il bimbo finirà in ospedale? Conosco alcuni autori che hanno contribuito a questo documento e li stimo molto, per cui la cosa mi sembrava del tutto assurda, così sono andato a vedere la versione inglese dove lo stesso passaggio dice così:

8.4 – Infants should, therefore, be started on complement ary foods at or shortly after six months of age. Between 6-8 months these foods should be given 2-3 times a day, increasing to 3-4 times daily after nine months of age, with additional nutritious snacks offered 1-2 times per day, as desired, after 12 months. Breast milk, however, should remain the primary source of nutrition for the whole of the first year of life.

Notate come l’utilizzo di “should” cambia l’enfasi della frase, in quanto i vari comandi espressi tramite “deve” e “devono” (in inglese “must”) vanno sostituiti con espressioni meno forti quali “è opportuno che”, “si consiglia che” o simili a seconda del contesto. Certo, in questo caso anche l’inglese è senz’altro migliorabile, in quanto le espressioni usate sono troppo prone ad essere fraintese, ma come mi ha spiegato uno degli autori, il documento fu scritto da diverse mani e in diverse lingue, poi fu tradotto in inglese e successivamente tradotto in italiano, e queste ultime fasi forse sono state un po’ troppo affrettate. Anche l’autore, quando gliel’ho fatto notare, ha convenuto che la traduzione italiana del passaggio riportato in questo caso è davvero inopportuna, però anche l'”originale” inglese è migliorabile, specialmente se vogliamo davvero scostarci dall’idea che bisogna seguire un calendario preciso. Però, come detto, queste linee guida sono uscite oltre 10 anni fa e nel frattempo alcune cose sono cambiate e altre si sono capite meglio, per cui necessiterebbero comunque di essere aggiornate (o, diciamo, corrette), ma questo purtroppo non accadrà a breve scadenza.

Tra l’altro questo errore, per quanto grave, è difficile da individuare; io stesso avevo letto il passaggio riportato più e più volte. Tuttavia solo di recente mi sono reso conto dell’errore: durante una discussione su Facebook, quando qualcuno ha detto, citando quelle linee guida, che “I lattanti devono … iniziare l’alimentazione complementare al compiere i sei mesi d’età“, ho risposto immediatamente che un’affermazione del genere era assurda e priva di ogni significato e che doveva essere frutto di un errore di traduzione; così sono andato a rileggermi l’originale e, dopo qualche settimana, eccomi qui che ve ne parlo. Eppure, nonostante avessi letto quel passaggio tante volte e io stesso lo avessi condiviso in passato, non mi ero mai reso conto di un tale grossolano errore.

Le linee guida quindi bisogna saperle capire ed interpretare, anche alla luce di come si è evoluta la ricerca negli anni e non semplicemente ripetendo slogan tipo “assolutamente solo latte fino al 6° mese” che di sicuro non aiuta nessuno, se non l’industria dal baby food. (Dopo tutto, non dimentichiamoci che “breast is best“…)

Chiaramente questo non vuol dire che va bene dire qualcosa tipo “allora ho fatto bene a iniziare a 4 mesi con la frutta“; anche questa frase è priva di ogni logica, se non quella dell’industria. Quello che “inizia” è sempre e solo il bambino, non il genitore – e invece che con la frutta il bimbo magari vorrà iniziare con l’arrosto o con la pasta.

Fissare date sul calendario quando si parla della crescita di un bambino, semplicemente non ha ALCUN senso e cercare di dire altrimenti non fa che tradire la nostra ignoranza. A chiunque vi dica che ci sono date da rispettare, qualunque esse siano, fate spallucce.

Fintanto che quello che inizia è il genitore, allora stiamo con l’industria.

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3 comments

  1. Clo says:

    Giustissima riflessione. Oltretutto, a mio parere, questo tipo di “propaganda” lancia anche implicitamente il messaggio che ogni nuovo pasto sostituirà una poppata, che trovo assurdo per l’esperienza che ho avuto personalmente.
    Anche se, per mia insicurezza, sono caduta nel tranello dei 6 mesi anche io, titubando un pochino all’inizio prima di lasciare i miei piccoli assaggiare ciò che mangiavo davanti a loro (durante alcune poppate mangiavo un frutto e loro mostravano chiaramente interesse, ma avevano appena compiuto 5 mesi e ho aspettato fino quasi i 6). Dopodichè, capito che avrei dovuto fidarmi ancora una volta di loro, anche se non sapevano ancora stare seduti bene, tenuti sulle mie gambe a turno, li ho lasciati liberi di scegliere…

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