Confessioni di un bastian contrario



Nel lontano 2001 fui invitato a parlare ad un congresso pediatrico a Trieste, “Confronti in pediatria”, una delle iniziative di aggiornamento più seguita in Italia. Il fatto per me era assolutamente inusuale, anzi, devo dire straordinario, trattandosi della prima volta che mi veniva chiesto di partecipare come relatore a un congresso, e per di più a quel po’ po’ di congresso.

In più, essendo stato io assiduo frequentatore dei Confronti fin dalle prime edizioni, e sapendo bene con quanta attenzione venisse seguito da tutti i partecipanti e quanto vivace fosse la discussione (ovvero la serie di domande che puntualmente venivano poste ai relatori per ottenere chiarimenti o contestarne le conclusioni) ero portato a chiedermi se fossi all’altezza del compito, tanto da essere incerto se accettare o meno l’invito. C’era però qualcosa che mi stuzzicava e mi spingeva a rischiare anche la figuraccia. E non era l’ovvia soddisfazione di stare almeno per una volta dall’altra parte, quella dei sapienti, ma piuttosto l’ambizione di poter stupire il pubblico pagante dei miei pari con una clamorosa novità, che io reputavo entusiasmante, un completo cambiamento di prospettiva, una carta vincente segreta che avevo nel mazzo da qualche anno, e che mi stavo giocando in proprio con le “mie“ mamme.

Infatti, il compito che mi era stato assegnato (per ragioni di amicizia con gli organizzatori, lo confesso), e come a me ad altri due colleghi pediatri, anch’essi non ospedalieri, era di esporre le tre novità della ricerca scientifica che ci avevano cambiato la vita professionale, e io ne avevo una, di novità, che, essendo frutto di una mia specifica iniziativa era, per quanto ne sapevo, del tutto originale e ancora sconosciuta ai più. Ne avevo solo accennato qualche anno prima in un racconto di satira pediatrica pubblicato sulla rivista dell’Associazione Culturale Pediatri, Quaderniacp, con la quale collaboravo, buttandone là l’idea, un po’ travestita, quasi a vedere l’effetto sui lettori, ma non l’avevo ancora diffusa o, come si dice, pubblicata in modo scientifico. Naturalmente, avrete ormai capito che quella carta segreta era la pratica dell’Autosvezzamento, pensata e sviluppata, insieme alle mamme dei “Corsi di accompagnamento alla nascita”, nel Consultorio “Città Giardino di Terni”.

A quel Consultorio ero arrivato come un naufrago dopo un paio di esperienze ospedaliere non proprio felici ma, fortunatamente, mitigate dalla frequentazione di un gruppo organizzato di colleghi di notevole caratura scientifica, sia ospedalieri che universitari e sparsi per tutto lo stivale, dalle Alpi alle isole, in cui mi ero casualmente imbattuto e con i quali ho potuto, pian piano, rivedere il mio modo di fare il pediatra. Con questo non voglio dire di avere imparato a farlo bene, il pediatra, ma solo di aver intrapreso un percorso sicuramente più coerente e corretto del precedente, e senza minimamente poter dire, ancora oggi, di esserci riuscito. In verità, riuscirci non è neanche così importante, anche perché ognuno ha i suoi propri limiti, che nessuno può conoscere, e oltre quelli non potrà mai andare; per cui, chi potrà mai giudicare se ci si è riusciti? Io credo che quel che veramente conta è provarci onestamente e con impegno, possibilmente sotto la guida di buoni maestri.

A me, anche se può sembrare poco, questa quasi famiglia di colleghi, riuniti sotto il nome di Associazione Culturale Pediatri, restituì la fiducia in quello che avevo studiato, neanche poi tanto male, all’università.

Immagino vi siate sorpresi, e ne avete ben ragione. Il fatto è che, e capisco che possa apparire assurdo, in parte dell’ambiente medico dell’epoca vigeva la strana consuetudine che una volta laureati e abilitati alla professione si potesse, e dovesse, mettere da parte la “teoria” che si era studiata fino ad allora per passare rapidamente – e più saggiamente – alla “pratica” di cui erano ovviamente depositari i medici più anziani. Che la “pratica” fosse la strada giusta era logica e inconfutabile conseguenza del principio, ancora oggi in auge, che tutto ciò che si fa da gran tempo, ed è accettato dalla maggioranza silenziosa, deve essere per forza la scelta giusta – quello che gli anglosassoni definiscono “onorato dal tempo”. Così, per farla breve, abbandonati i dèi falsi e bugiardi e ripreso in mano il mio destino, unitamente ai buoni libri e alle buone riviste scientifiche, ho ricominciato, in generale, a coltivare i miei dubbi e a cercare le risposte che mi mancavano. Nello specifico dello svezzamento, notorio cimento gravido di guasti umani e materiali, in Consultorio mi portavo come dote – ma senza ancora un buon partito in vista – alcune riflessioni, basate su pubblicazioni scientifiche serie, cumulatesi nel corso degli anni e che fino a quel momento mi avevano permesso, in mezzo ad altre meno salde conclusioni, di acquistare una tranquillità granitica sulla capacità dei bambini di regolarsi perfettamente in merito alla quantità di cibo loro necessaria. Non era poco per un’epoca in cui la grammatura delle pappe era legge e ogni rifiuto un reato; avevo anche acquistato una qualche notorietà locale come il pediatra che voleva permettere ai bambini di lasciarsi morire di fame… Successivamente, già nei primi anni dopo il mio arrivo, sempre scorrendo le riviste pediatriche e non, il mio interesse fu di volta in volta catturato da diversi articoli di ricerca sull’introduzione di cibi solidi, che arrivavano a conclusioni del tutto controcorrente. In pratica si andava dimostrando sempre di più che, già dall’età di 4 mesi, una dieta costituita da alimenti preparati in casa con materie prime d’uso quotidiano e senza alcun ossequio della tanto raccomandata gradualità di introduzione, permetteva una crescita di qualità sovrapponibile a quella ottenuta utilizzando prodotti specifici per bambini e dilazionando gli alimenti più potenzialmente allergizzanti, come l’uovo e il pesce. Non che non se parlasse già da tempo, tanto che avevo smesso da un pezzo di utilizzare creme e barattoli, ma avere l’appoggio di ricerche ben condotte dava comunque sicurezza e stimolava ad andare oltre. E una mezza idea degli ulteriori passi possibili si stava consolidando, anch’essa molto gradualmente, come diretta conseguenza dell’ottimo lavoro di tutto il Consultorio sull’allattamento e sulla qualità della relazione affettiva. Nel giro di pochi anni si erano raggiunti tassi di allattamento al seno esclusivo a sei mesi, che è l’obiettivo OMS, di oltre il 40%, facendo sì che le mamme ci portavano in consulenza un gran numero di bambini che fino a quel momento, appunto i sei mesi compiuti, non sapevano minimamente cosa fosse il cibo solido. Su queste nuove basi, per me inusuali, certe descrizioni di bambini, seduti a tavola con i genitori, attratti e addirittura eccitati dalle loro pietanze durante i pasti, anche ben prima dei sei mesi, acquistavano connotati assai diversi dal passato. Prima il mio commento standard tirava a minimizzare l’osservazione delle mamme, notoriamente una categoria di visionarie, ma ora non potevo non pensare che, non avendo sperimentato pappe e non conoscendo che il latte, quello che i bambini vedevano a tavola per loro non era cibo ma semplicemente un qualcosa che li attirava in quanto appartenente alla sfera dei genitori e, come tale, assolutamente degno di essere imitato, di essere fatto proprio. Quindi curiosità e non desiderio di cibo. Evidentemente il riconoscimento avveniva in un momento successivo, stante il sistematico apprezzamento dell’esperienza – perché quelle mamme sconsiderate e bugiarde disobbedivano e cedevano alla richiesta – e la volontà strenua di ripeterla. In questo mi venivano in soccorso altre recenti ricerche che dimostravano inconfutabilmente già dal periodo fetale, bevendo ettolitri di liquido amniotico, e poi con il latte materno, non solo l’esistenza di una precisa e sistematica conoscenza di ogni sapore della dieta materna, che più o meno era già noto nella tradizione, ma che, contrariamente alla suddetta tradizione, questo sapere dei sapori aumentava l’apprezzamento sia del latte materno prima, che dei cibi solidi poi. Insomma, poteva essere che i bambini fossero in grado, ciascuno con il suo tempo, di indurre i genitori a offrire loro quei “giochi” con cui si dilettavano a tavola, farne lo stesso uso che vedevano farne da mamma e papà, riconoscendovi i sapori del passato remoto e recente, apprezzandoli e continuando a chiederli. Aggiungendo quest’ultimo tassello al resto che già si sapeva nulla impediva di poter formulare, scientificamente, una ipotesi di lavoro del tutto innovativa.

Si trattava, ora, di sperimentarla, verificare se effettivamente reggeva alla prova dei fatti. Iniziai timidamente con poche mamme, le più “fidate” o forse incoscienti, poi, visti gli ottimi risultati, lo proposi come modello di svezzamento alternativo a tutte, presentandolo in maniera dialettica in almeno un paio di incontri di gruppo nell’ambito dei Corsi. I risultati, non senza mio crescente stupore, furono ancora più entusiasmanti, sia perché il numero dei bambini autosvezzati diventava consistente, sia perché tutto si realizzava senza la comparsa di nessuno dei vecchi problemi e con piena soddisfazione di tutti, bambino, genitori e, sempre che conti qualcosa, pediatra.

Potevo resistere alla tentazione di presentare al mondo un tale prodigio?

Avevamo ciascuno cinque minuti di tempo per esporre le nostre tre novità e alla fine ci sarebbe stata la “discussione”, cioè le domande di chiarimento e approfondimento, su tutte e tre le relazioni contemporaneamente. Ovviamente, delle mie tre novità, una sola era quella cui tenessi veramente e su cui temessi le domande; a essere sinceri, e visto il poco tempo concesso per la presentazione, in parte le desideravo, proprio per dimostrare fino in fondo la solidità scientifica di tutta la costruzione illustrando i riferimenti in mio possesso e i primi risultati concreti ottenuti in consultorio. La mia preoccupazione era che, nella fretta, proprio questo aspetto sfuggisse e mi piovessero addosso critiche di superficialità o, peggio, di ciarlataneria, ma, per farla breve, se avessi saputo come sarebbe andata a finire lo avrei preferito… Dopo un paio di domande dei miei colleghi, silenzio di tomba e immediata richiesta di sgombrare il palco per far salire il relatore seguente. Difficile descrivere oggi come mi sentivo: non solo sconfitto senza neanche combattere, ma anche con il sospetto di aver raccontato una massa di scempiaggini non meritevoli di attenzione. Dopo tanto studio e lavoro era troppo, e così, con un sorriso stirato e in mente mamme e bambini del mio consultorio, all’ultimo istante utile afferrai al volo il microfono e apostrofai quella ottusa platea di mille e più colleghi: “Voi stasera non mi avete fatto domande, ma in futuro ve ne pentirete!”

In verità fui io a pentirmi subito di quanto avevo detto. Non ero stato, come si dice, politicamente corretto e probabilmente avevo peggiorato ancora di più la mia figuraccia ma, contrariamente a poco prima mi sentii rinfrancato e di nuovo fiducioso, non proprio al massimo ma quanto bastava per andare a nascondermi. Comunque, mi dicevo, è stato un buon lavoro, l’idea ormai è diventata un fatto concreto e funziona, al diavolo chi non l’ha capita! Con tutti questi pensieri che mi si accapigliavano in testa, di tutto avevo voglia meno che restare lì a far finta di ascoltare con interesse la relazione successiva, per cui decisi di andarmene e mentre mi avvicinavo all’uscita della sala mi si accostò uno degli organizzatori. Con un grande sorriso e mio malcelato stupore mi fece i suoi complimenti, e soprattutto per la parte sullo svezzamento: “Molto interessante, sono assolutamente d’accordo, bravo!”. Stavo ancora cercando di capirci qualcosa, sarà stato sincero oppure no, quando mi sento chiamare dal professor Franco Panizon, mio amato maestro e maestro dei miei maestri, tra cui anche gli organizzatori dei Confronti, e allora Direttore di Medico e Bambino, la rivista di aggiornamento pediatrico più letta in Italia. Mi apostrofò senza preamboli, nel suo usuale modo di burbero benefico: “Piermarini! Te la senti di mettere giù questa roba per Medico e Bambino?” Un attimo di esitazione e:”Penso di sì, professore, ma non tutto; io direi di fare solo quella sull’autosvezzamento che è l’unica originale e sulla quale posso far meglio”. “Sì, hai ragione, e sbrigati!” Dopo un paio di mesi l’articolo era pronto, fu accettato senza tagli e pubblicato a settembre del 2002. Fu il vero inizio della rivoluzione ed eccoci qua.

Lucio Piermarini

(Enfasi non dell’autore ma aggiunta per favorire la leggibilità del blog)

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18 comments

  1. Michela Baezzato says:

    Aggiungo solo una cosa…forse è per quanto scritto sopra che non capisco gli attacchi allo svezzamento cosiddetto tradizionale e non vedo differenza se non nella sostanza del cibo…ora mi espongo alla gogna!

  2. Michela Baezzato says:

    Aggiungo solo una cosa…forse è per quanto scritto sopra che non capisco gli attacchi allo svezzamento cosiddetto tradizionale e non vedo differenza se non nella sostanza del cibo…ora mi espongo alla gogna!

  3. Michela Baezzato says:

    Aggiungo solo una cosa…forse è per quanto scritto sopra che non capisco gli attacchi allo svezzamento cosiddetto tradizionale e non vedo differenza se non nella sostanza del cibo…ora mi espongo alla gogna!

  4. Michela Baezzato says:

    Pensavo che il tutto fosse nato moooooolto prima…diciamo da sempre…pensavo che finalmente qualcuno avesse “etichettato” (non mi piace questo termine, ma non so come dire…) questo modo di pensare/agire…pensavo che fosse solo una differenza di tipo di cibo…io stessa (pur svezzata a “pappe” e avendo svezzato a “pappe”) son sempre stata al centro delle attenzioni dei miei genitori nel percorso di avvicinamento al cibo (mia mamma prima di iniziare lo svezzamento mi ha sempre ricordato quello che le diceva sistematicamente il mio pediatra all’affermazione “è snervante perché non mangia molto finisco sempre per darle la ciuccia (mia mamma ha avuto una mastite piuttosto forte subito dopo il parto e nonostante i tentativi mi ha cresciuta a LA)”…”e che male c’è signora, sua figlia sa esattamente cosa vuole, si vede che a lei basta quello che assaggia”)…non conoscevo l’AS quando la mia bimba ha compiuto i 6 mesi, ma ho fatto tesoro dei consigli di mia mamma, del pediatra di turno che ha visto nascere mia figlia (alla mia domanda “ma quanto latte devo darle? Ovvero quanto deve stare attaccata?” Mi ha risposto “Deciderà lei quando e quanto, come mamma deve solo saperla ascoltare e soddisfare la sua richiesta”) e a parte il non aver dato subito il cibo “solido” a modo mio ho fatto autosvezzamento…Scusa la mia prolissità nel raccontare ancora una volta la mia storia, trovo l’articolo molto bello e per fortuna che la rivoluzione copernicana ha avuto un seguito! W i nostri bambini…

  5. Michela Baezzato says:

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  6. Michela Baezzato says:

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  7. Michela Baezzato says:

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  8. Michela Baezzato says:

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  9. Michela Baezzato says:

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  10. Valentina says:

    Io sono stata catturata dal libro sugli scaffali di una libreria.
    Mi ha incuriosito perché ero alla ricerca di pareri che sostenessero la mia inclinazione a far sì che la natura facesse il suo corso senza troppo intervenire.
    E così mi trovai a leggere di qualcosa che trovavo così…ovvio! L’autore mi perdonerà l’ardire ma credo anche che sarà felice di trovare tanto consenso in molte famiglie.
    Io e il mio compagno abbiamo appoggiato subito questa linea di (non)azione anche se siamo parsi a tutti come “stravaganti”. Una sorta di famiglia new age, o post figli dei fiori! Che dire, adesso sono in molti a riconoscere che abbiamo fatto una buona scelta. Grazie, dottore!

  11. Linda says:

    Sì, è verissimo. Non basta desidare il meglio, bisogna capire ‘dove’ cercare le informazioni e avere gli strumenti o l’aiuto per saperle discernere!
    Per questo sono molto ‘empatica’ con quante adottano il ‘metodo’ classico secondo indicazioni del loro pediatra. Se non sospettano che la scuola ‘convenzionale’ non è così scientifica e veramente al servizio della ‘natura sapiente’ del loro bambino, perché non dovrebbero fidarsi delle sue indicazioni sul tema?

    Io, nonostante tutto, continuai ad allattarlo mentre si svezzava, comunque fino a 7 mesi, ma con poca convinzione perché il mancato incoraggiamento del pediatra mi ‘confermò’ che non fosse più che ‘la coccola’.
    Ma il secondo che mangia quello che mangiamo noi e come un toro, a 20 mesi poppa ancora!

    Ma chi arriva in siti come questo o ha la fortuna di leggere testi e riviste davvero aggiornate (non commerciali) hanno un aiuto preziosissimo! ;)

  12. Linda says:

    Andrea, credo che il ‘poco nitida’ fosse dovuto solo al fatto che non partecipai all’incontro introduttivo perché il corso di accompagnamento al parto per la sezione incontri col pediatra era già iniziato quando arrivai.
    Poi questi incontri iniziavano con una piccola introduzione e molte domande, comprese le obiezioni, da parte delle future mamme.
    Se consideriamo che prima di incontrare Piermarini tutto il poco che sapevo di allattamento e svezzamento era di orientamento opposto a causa di quella cultura diffusa di cui parli in un tuo articolo che fa della ‘norma naturale’ qualcosa di ‘visionario’ (come le mamme ;-)) e da provare (al contrario delle teorie dello studio pediatrico ‘Patata & Carota’).
    Tuttavia alcune sue osservazioni lasciarono il segno, tipo: ‘ogni madre ha il latte’; ogni neonato ha in sé le competenze per essere un cucciolo della sua specie per cui non ha bisogno che qualcuno gli insegni a poppare e mangiare; che da quando il bambino intorno ai sei mesi ha il sistema digerente formato, può mangiare di tutto; molte malattie (come raffreddori e influenze) non necessitano medicine perché devono semplicemente seguire il loro corso.

    Misero in moto un senso critico nei confronti del sistema ‘consuetudinario’ che mi supportò a lungo. Però, arrivarono anche tante insicurezze da neomamma: quello che non conoscevo ancora come scatto di crescita e che temevo fosse una carenza di latte, per es.
    Il pediatra (peraltro in gamba e molto disponibile) appena notò una diminuzione della crescita verso il 5° mese, visti i miei dubbi circa il mio latte, non mi consigliò di fidarmi della natura, ma mi diede come chance lo svezzamento visto che ormai era già arrivato alla soglia del 6° mese ricordandomi che (secondo vecchia scuola, ora lo so) i bambini devono imparare a digerire…
    E da lì il percorso si è orientato verso uno svezzamento ibrido, ma pieno di falsi miti, dove il buon senso coincideva con il senso comune.
    Cosa è cambiato?
    Poco più di un anno fa ho iniziato ad essere preoccupata del poco gradimento dei pasti sviluppato da mio figlio e, dopo aver letto più volte su UPPA l’associazione fra quel discusso pediatra e la parola Autosvezzamento……cercai notizie per scoprire se poteva aiutarmi a smuovere la situazione in un bambino di 3 anni.
    Scoprii che l’AS è un atteggiamento di fiducia e rispetto della natura dei bambini, che le ‘storture’ nel rapporto col cibo di mio figlio erano dovute al fatto di aver limitato la sua libertà di imparare e svilupparsi in armonia come accade a molte madri pappine-dipendenti, ma che c’era ancora modo di recuperare e che il mio secondo figlio poteva ancora nutrirsi serenamente al mio seno.
    Pian piano riemersero quei vecchi input impressi nella mia testa che trovarono il proprio posto in un quadro coerente di puro buon senso naturale. Poi lessi anche il libro, cercai qualcuno con cui confrontarmi…..
    Ed eccomi qui :).

    • Andrea says:

      Linda,

      interessante vedere come quanto sia facile “perdersi”…
      All’inizio sei inesperto; qualcuno ti dice una mezza frase che ti colpisce e ti rimane in testa a da lì basi più o meno tutto il resto. Poi (ti rendi conto a posteriori che) ci vuole un bello sforzo per togliersi dagli schemi che ti sei è costruito; spesso non basta aver scoperto che ci sono soluzioni migliori, ma hai bisogno dell’aiuto di qualcuno.

      Il tuo messaggio mi fa riflettere su quanto possa essere difficile per un genitore (ma non solo) fare veramente una scelta informata che non sia dettata da quello che c’è intorno a te, soprattutto se anche chi ti dovrebbe informare e assistere (il pediatra in questo caso) va in una direzione diversa da quella che vorresti intraprendere.

      Se invece c’è assistenza, come dice Piermarini nell’articolo, riesci anche (incredibilmente) a far salire la percentuali di donne che allattano fino a sei mesi…

  13. Linda says:

    mamma del Consultorio di ‘via Montegrappa’ all’appello!
    No, non una delle fortunate della prima ora, un po’ più in là, alle porte dell’uscita del libro (2007).
    Lo stile dialettico, qualche assenza e l’ostilità di qualche collega di pancione già votata alla fiducia in pediatri conosciuti vecchio stampo, mi resero in quell’occasione, la percezione del quadro completo dell'”Io mangio da solo” poco nitida. Ma alcuni semi di senso critico misero le radici. Il mio non fu uno svezzamento ‘italiano classico’ puro…..ma nemmeno immune dalle influenze ambientali esterne. Debolezze della primiparità!!! :).
    Inoltre, della serie ‘nemo propheta in patria’, sentivo ogni tanto commenti molto critici verso questo pediatra che ‘faceva fare esperimenti sulla pelle dei figli degli altri’!

    Ora, dopo che il mio ritorno di senno ha favorito la crescita di quei semi di AS con cui ho trovato la strada per il lento recupero di un sereno rapporto col cibo del più grande, il mio cucciolo minore gode della fioritura consapevole dell’ACR in casa nostra.

    E ora posso dire, libera da interferenze: Grazie dottore!

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