Di imboccaggi compulsivi e vivere serenamente



educazione, vivere serenemente, mangiare con i bambini

Stasera eravamo a cena fuori con la nonna, siamo in visita in Italia e, con i gomiti sulla tovaglia di carta in una trattoria romana, ci godevamo una cena rilassata dopo una giornata lunga e stancante. E niente, la nonna non è riuscita a trattenersi: quando la piccola BM, quasi 4 anni, si distraeva girandosi a guardare qualcosa e posando la forchetta, lei prendeva la forchetta, la riempiva e provava a imboccarla.

Con il nonno, tra le verdi colline marchigiane, è successa praticamente la stessa cosa… Non c’è niente da fare… hanno questa smania, questo concetto per cui i bambini vanno proprio imboccati. Loro non ce la fanno a non farlo, è più forte di loro, devono intervenire.
E a me però non fa rabbia il fatto in sè, ma mi colpisce questa cosa per cui si guarda al fine e non al processo. Questa cosa che bisogna mangiare, non importa come. Il solo scopo è trasferire il cibo dal piatto alla pancia, non importa se devo dirtelo 10 volte ad ogni forchettata (ehhhh tua cuginaaa, che non mangia niente… chissà da chi ha preso…), non importa se devo stare tutto storto con il braccio sospeso per interminabili minuti (i bambini danno tante soddisfazioni ma costano fatica, che ci vuoi fare…), non importa se la bambina ha già detto no 3 volte e ora ha smesso del tutto di rispondere, visto che i messaggi non raggiungono il destinatario (ve lo ricordate, voi, da piccoli, quando chiamavate qualcuno 10 volte senza venire calcolati?).

– Conta il fine ma non il processo; conta mangiare e non mangiare in pace.
Mi dico: è normale, che pretendi… i nonni sono entrambi ultraottantenni, all’epoca loro si faceva così, i bambini non si dovevano mica difendere dall’obesità, si dovevano far sopravvivere. Loro sono molto più vicini all’epoca in cui si moriva di stenti… che ne posso sapere io? Assicurarsi che i bambini mangiassero, allora forse aveva un senso, e se anche un senso non l’aveva, per lo meno aveva una giustificazione.

– Ma per me, viziata e agiata madre del 2013, conta il processo, non il fine.
Preferisco il viaggio alla meta, per me conta stare bene oggi, domani si vedrà e l’unico ostacolo tra me e il futuro non è una reale incertezza di sopravvivenza, ma il mio fatalismo.
Non che non si debba pensare al futuro, a ciò che le nostre scelte e azioni comportano nel tempo, per carità, ma vivere solo in funzione di esso… quello no. Voglio vivere ora, aspettando il domani senza ipoteche e senza contarci più di tanto.
E voglio godermi mia figlia oggi. Voglio che sia felice in questo istante. Voglio godermi il suo sorriso adesso. E godere del nostro tempo insieme più che riesco. Voglio vederla giocare con l’acqua della fontana ad aprile e bagnarsi quasi tutta e trattenermi dal brontolare, perché va bene così. Voglio abbracciare le mie bambine oggi e affondare il naso nei loro riccioli profumati, droga d’amore, senza pensare che domani vorranno essere abbracciate due volte. Voglio vederle camminare per mano, piccole e innocenti, sulle loro gambette corte, e scolpirmi quest’immagine negli occhi perché presto sarà già domani. Voglio vincere il nervoso e la stanchezza e ridere per una sciocchezza da bimba dell’asilo e cantare una canzone in rima; voglio tornare a casa da loro tutti i giorni e non prendermi un po’ del “me time” (che ho in abbondanza), perché il tempo passa svelto e la prima infanzia non tornerà mai più. Voglio osservarle in ogni loro più piccolo particolare, imprimermele nella mente così, millimetro per millimetro, voglio baciarle 100 volte al giorno e catturarle mentre corrono.

Voglio godermele ora. Le voglio felici adesso.
Voglio vivere oggi. E voglio farlo in armonia, pace, rilassatezza e serenità.
Anche scegliere l’autosvezzamento è stato un passo un questa direzione.

Sono sul divano della nonna, la tv è accesa su una pseudo tribuna politica, e mi dico, madre viziata e agiata del 2013, che mai come in questi anni così difficili per tutti ho voglia di vivere la vita. Oggi. Adesso. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza.

BM, in attesa della portata, nel suo italiano un po’ buffo “Nonna, ma tu dopo non mi devi disturbare quando io sono mangiando, OK?“.

 

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39 comments

  1. Elena Giaquinto says:

    Sembra mia figlia!!!! tale e quale…. x qnt mi riguarda credo sia questione di abitudine. Io lavoro e i miei suoceri le danno pranzo e cena… è abituata con loro e con me il sabato e la domenica sono “lotte”!!!

  2. Lavinia Leo says:

    Ma qualcuno mi spiega perche mio figlio si fa imboccare felice e contento dalla nonna e dalla zia e da me manco morto????

  3. Cristina BBruno says:

    mi piace la soluzione senza seggiolone che avete adottato per questa occasione. Mi sembra abbiate usato una semplice maglietta bianca e una sciarpetta come cinturia? Un abbraccio

  4. Eleonora Colagrosso says:

    percorso, senza dubbio. ma ci sono momenti in cui bisognerebbe anche chiudere un occhio. o forse due. e come dice l’autrice dell’articolo, godersi la vita. e godersi la vita…è anche godersi i nonni, e farli godere ai bambini. io diventerei cieca ai tentativi di imboccare, pur di averli vicini. ma vivono dall’altra parte del mondo.
    godersi la vita…godersi i nonni!

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