La mamma di Kahalil Gibran (solo cotone biologico)



La mamma di Kahlil Gibran, la mamma "perfetta" libertaria
Foto di Kicks02

Ultimamente incrocio spesso la Mamma di Kahlil Gibran.
La mamma di Kahlil Gibran ha probabilmente seguito dei corsi di pedagogia per genitori al pomeriggio, presso un monaco tibetano o una freakkettona di San Francisco, e li ha estremizzati: il bimbo veste costosissimo cotone biologico, lecca un gelato di soia, e sgranocchia crackers di kamut salati col sale rosa Hymalaiano.

La madre di Kahlil lo porta in fascia esattamente come te, solo che ti guarda male perchè la tua ha tutti i colori dell’arcobaleno che se fotografassero la Terra da Marte, ti vedresti tu e la Grande Muraglia; lei rigorosamente bianco per non avere colori chimici e con tessuto ricavato da capre albine dell’Appennino Tosco Emiliano. Inorridisce quando le dici che hai preso la stoffa in merceria tra quelle scontate.

Tutto questo mi suscita un fastidio velato, come quando vai a sbattere contro una ragnatela; l’odio sordo si manifesta quando il tuo mondo (quello personalissimo, nostro di casa nostra, è detto Ciafruglio, e noi siamo i signori Ciafruglio*) va a interagire col loro.
Perchè la madre di Kahlil non gli ha mai tarpato le ali, non le è mai scappata una sfuriata, e non lo rimprovera per non umiliarlo. 
Così Kahlil è un unno: un unno che ti si arrampica in testa (a te, persona adulta che non conosce, ma con la quale divide la stessa stanza da 10 minuti), un unno che spintona e picchia gli altri bimbi, un unno che reputa opportuno correre e urlare come se stesse prendendo fuoco per protesta contro il governo cinese, disturbando una costosissima lezione di musica per bimbi. 
Un unno che viene guardato da occhi amorevoli che sembrano dire: “Ma quant’è bravo Kahlil, che lascia penetrare la musica in ogni sua fibra corporea e ce la restituisce con forza, vigore, energia. Sa saltando sulla gamba di un pargolo di due anni, ma è per sveglairlo dal torpore in cui l’hanno costretto i gentori oppressori e opprimenti. Genitori sbagliati, vittime di metodi educativi obsoleti”. 

L’unno potrebbe scagliare con violenza un coetaneo contro un muro, e il bimbo in questione potrebbe piangere disperatamente. La mamma di Kahlil finalmente accorre, penserai: “Mo lo rimprovera”. E c’hai preso, lo rimprovera: lo porta in disparte e gli parla con dolcezza, guardandolo negli occhi. Brava, bravissima… mi sei piaciuta: il rimprovero non è umiliazione, non è esposizione al pubblico ludibrio (anche se io, a tuo figlio Kahlil Gibran, un pomodoro marcio glielo avrei lanciato volentieri. In faccia proprio). 
E basta.
Ma… e il bambino che non si è più ripreso e che piange tra le braccia della madre? Non ha avuto delle scuse? 
No, non ce le ha avute, perchè Kahlil ha così decido e la madre ha rispettato il suo volere, anzi non gliel’ha nemmeno proposto perchè doveva nascere in lui spontaneamente il desiderio di chiedere scusa.
Ora, se nonni-zii- cugini tormentassero il mio Domenico per un bacino, io sarei la prima a fare il tifo perchè lui non ceda; ma le scuse no: il bimbo che ha subito un torto necessita di un riscatto morale, necessita di un minimo di risarcimento. 
Per cui, mio carissimo Kahlil, gli hai quasi spaccato la testa e tua madre dovrebbe quanto meno insistere un po’ perchè tu chieda scusa.

Il bambino malmenato va via con gli occhi gonfi, Kahlil sorseggiando una bevanda biologica carote e zenzero.

*il Ciafruglio è la disorganizzazione cronica e stabile, in quanto stabile è diventata miracolosamente un sistema che regge. Essere Ciafruglio significa prendere un po’ di qua e un po’ di là e farlo nostro, mischiando: per cui un po’ si è portato in fascia, ma pure il passeggino schifo non c’ha fatto; un po’ si cerca di prendere dalla Montessori, ma di certo la casa è per tutti, non solo per te, per cui la Maria nazionale a volte viene messa alla porta; ecc. E durante lo svezzamento lo si aiutava col cucchiaino, che vabbè che devi fare da te, ma – come ho detto in altre sedi – non siamo a Giochi senza Frontiere che devi superare una prova d’abilità, per cui se hai necessita io ti imbocco. Insomma essere Ciafruglio significa non perseguire un metodo (sia educativo, che in generale di condotta famigliare) in maniera estrema, ma farlo un po’ tuo a modo tuo… un mix.
Come Napoli, più o meno.

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27 comments

  1. Roberta Severgnini says:

    Fantastico!!! Scusate ma io sto rotolando dal ridere!!
    Al di là dell’ironia ( che serve a vagonate a tutti), è una cosa su cui stavo riflettendo… Molte mamme piuttosto che confrontarsi pacificamente e civilmente, spesso si comportano da snob, se non addirittura in maniera aggressiva…e mi son sempre chiesta il perché! Per carità ognuno può tenersi la sua opinione, ma il confronto serve a migliorare! Si parla molto di creare una rete di sostegno intorno alle neo mamme e io penso sempre che la solidarietà tra madri e l’aiuto reciproco siano un valore da coltivare.
    Parlo così perché le ” Gibran” che ho incontrato, spesso erano molto “Unne” contro qualunque genitore che non fosse ultra aggiornato…meno male che non tutte sono così!

  2. Sara Palerma says:

    boh a me le etichette non piacciono…per me ogni mamma che cerca di fare del suo meglio per crescere un figlio felice è degna di stima, Cirfuglio o Gibran che sia…

  3. Sinedio Cristiana says:

    Ciafruglio a ‘bbestia! Noi siamo bravissmi nella navigazione a vista, nell’approssimazione, nelle cose lasciate a metá! La cosa piu bella è che prima me ne facevo un cruccio ma piu passa il tempo piu mi trovo a mio agio con il Ciafruglio style!

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