Alimentazione COMPLEMENTARE a richiesta (I)

Autosvezzamento, ovvero “Alimentazione Complementare a Richiesta”… mi domando in quanti abbiano riflettuto sul perché queste due definizioni sono equivalenti. Spesso in rete si legge di genitori che credono di fare autosvezzamento semplicemente perché non seguono le tabelle del pediatra o un calendario preciso di introduzione dei cibi, ma è questo davvero autosvezzamento?

Se non siamo tutti d’accordo sul significato delle parole che usiamo sarà difficile capirsi, quindi in questo post e nel successivo cercheremo di esplorare brevemente il significato di “complementare” e “a richiesta” partendo proprio da COMPLEMENTARE.

“Alimentazione complementare” è un’espressione abbastanza usata: Google dà oltre 32.000 pagine che la riportano e ultimamente sembra diventare sempre più “di moda” rispetto al vecchio termine “svezzamento”.
Ma serve un nuovo termine per descrivere quello che è (o sembra essere) un concetto ben assodato?
Secondo me sì perché il termine “svezzamento” sottintende che dobbiamo perdere un “vizio”, ovvero smetterla con il latte; “alimentazione complementare” invece ci ricorda che siamo mammiferi e che è nella nostra natura prendere il latte fino a quando ci serve. Per gli alimenti diversi dal latte c’è sempre tempo (ma parleremo di questo nel post successivo).

L’idea che il latte non è un qualcosa che va eliminato alla prima occasione, ma rimane il fondamento dell’alimentazione per i primi 12 mesi dalla nascita per essere poi sostituito gradualmente nel secondo anno di vita, non è certamente nuova e da diversi anni viene data per scontata dalle organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Anche il Ministero della Salute italiano lo sa bene, come si può leggere in questo documento che ha pubblicato e contenente le direttive europee sull’alimentazione dei lattanti e dei bambini fino ai 3 anni.
A giudicare da quello che si legge in rete, chi non sembra saperlo sono proprio alcuni (forse molti?) pediatri italiani che invece insistono a voler introdurre i solidi alla prima occasione: chi a 6, chi a 5, ma anche chi a poco più di tre mesi di età, rigorosamente eliminando le poppate secondo un calendario prestabilito (ma da chi?) per far posto a un tipo diverso di alimentazione come se il latte fosse una seccatura da togliersi di torno il prima possibile e non l’alimento che, da bravi mammiferi, la natura ci ha messo a disposizione come nutrimento unico e ideale durante i primi mesi di vita.
Se parliamo di “alimentazione complementare” sottolineiamo come la transizione dal latte ai solidi sia graduale e protratta nel tempo; se invece parliamo di “svezzamento” c’è il rischio di tornare al concetto di “sostituzione delle poppate”, quasi si considerasse il lattante alla stessa stregua di un alcolista al quale devi togliere il biberon (che, forse non a caso, in inglese si chiama “bottle” o “bottiglia”…) o, peggio ancora, il seno per non correre il rischio che ci rimarrà attaccato tutta la vita.
L’essere umano come specie si nutre di latte all’inizio e poi piano piano lo abbandona per passare ad altro; è così che siamo stati programmati.
Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

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Autosvezzamento significa allora semplicemente non seguire le tabelle di introduzione degli alimenti che sono ancora tanto diffuse in Italia e che i pediatri distribuiscono ai genitori? Come abbiamo accennato nel paragrafo precedente, il termine più corretto e esplicativo per definire l’autosvezzamento è alimentazione complementare a richiesta, equivalente non letterale dell’inglese “baby led weaning, ovvero svezzamento guidato dal bambino”. Ma come mai è stato necessario creare un termine nuovo per definire un modo di svezzare, se questo modo è così facile e naturale e consiste solo in non avere tabelle? Alla luce di quanto accennato in precedenza, analizziamo la parole, perché ciò ci aiuta a comprendere a fondo il concetto.

Il termine svezzamento significa letteralmente perdere un vizio e in questo caso il vizio è quello del latte o, più specificatamente, quello del poppare al seno. Per dirla in soldoni, i bambini arrivati ad una certa età, devono smetterla con il latte.
L’espressione
alimentazione complementare, invece, ci ricorda che siamo mammiferi e che è nella nostra natura prendere il latte fino a quando ci serve, integrandolo progressivamente con altri alimenti. Il latte non è un qualcosa che va eliminato alla prima occasione, ma rimane il fondamento dell’alimentazione dalla nascita fino a tutti i primi 12 mesi e anche ben oltre, per essere sostituito gradualmente a partire dal secondo anno di vita. Quest’idea che certamente non è nuova, infatti da diversi anni questa viene data per scontata dalle organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’Organizzazione Mondiale della Sanità1. Anche il Ministero della Salute italiano lo sa bene, come si può leggere in un documento2da esso pubblicato che contiene le direttive europee sull’alimentazione dei lattanti e dei bambini fino ai 3 anni.
Nonostante ciò, numerosi pediatri italiani insistono a voler introdurre i solidi alla prima occasione: chi a 6, chi a 4, ma anche chi addirittura a 2 mesi e mezzo di età, rigorosamente eliminando le poppate secondo un calendario prestabilito arbitrariamente per far posto a un tipo diverso di alimentazione. Ma il latte fè una seccatura da togliersi di torno il prima possibile o l’alimento che, da bravi mammiferi, la natura ci ha messo a disposizione come nutrimento unico e ideale durante i primi mesi di vita?
Parlando di
svezzamento c’è il rischio di tornare al concetto di sostituzione delle poppate, quasi si considerasse il lattante alla stregua di un alcolista al quale devi togliere il biberon o, peggio ancora, il seno per non correre il rischio che ci rimanga attaccato tutta la vita.? Parlare di alimentazione complementare, invece, sottolinea come la transizione dal latte ai solidi sia graduale e protratta nel tempo.

La specie umana si nutre di latte all’inizio della sua vita e poi piano piano lo abbandona per passare ad altro; è così che siamo stati programmati, e non c’è bisogno di forzare le cose perché questa accada.

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