Svezzamento a guida del bambino (ovvero, supercazzola e autosvezzamento)

Bisogna ricorrere a questo per cambiare prospettiva?*

Come si fa a capire se chi ci parla fa autosvezzamento o quantomeno ha compreso cosa sia?

Un classico sono espressioni del tipo:

– Il mio pediatra, che è pro autosvezzamento, mi fa iniziare a x mesi (con x, numero a piacere)
– Domani il bambino compie sei mesi e si cominciaaaa!!!
– Quando posso cominciare a fare autosvezzamento?

ma ce ne sono tantissime altre che sono più o meno simili. In questi casi parlare di autosvezzamento è un po’ come descrivere la famosa supercazzola… una parola che non vuol dire niente, ma della quale ci facciamo un vanto.
Per come la vedo io, il problema è di comunicazione: in tanti, anzi, in moltissimi identificano, o meglio ancora limitano l’autosvezzamento a:

  1. Niente calendario di introduzione degli alimenti
  2. Far mangiare pezzi più o meno grossi
  3. Far mangiare quello che mangiano i genitori in formati che vanno dal frullato in poi.

Questi tre punti vanno benissimo, ma non si deve dimenticare l’aspetto fondamentale, senza il quale tutto il resto perde di significato, ovvero che al centro di tutto si trova il bambino

– non il genitore,
– non il pediatra,
– non la nonna,
– non la vicina

– ci siamo capiti :)

di fatti, la risposta all’annosa domanda “quando si comincia con l’autosvezzamento?” è, inizia quando lo vuole il bambino, né un minuto prima, né un minuto dopo. Che poi quel momento non coincida con le aspettative del genitore… beh, quello è un problema suo (del genitore :) ).

Fin tanto che non si cambia completamente prospettiva e non si smette di mettere noi al centro, ma il bambino, si continuerà sempre a fare varie versioni di svezzamento medicalizzato, in quanto ci sarà sempre una ricettina da seguire, una dose da rispettare e un esperto a cui dare ascolto, mentre l’unico esperto in materia è proprio il bambino.

Come dico sempre, condizione necessaria per fare autosvezzamento è che il genitore faccia un trapianto di cervello, così da liberarsi da generazioni di bagagli culturali che rischiano di non lasciare spazio ad altro.
Una volta capito che al centro del palcoscenico c’è il bambino e non un’altra persona scelta più o meno arbitrariamente, si comprende come alcune domande o affermazioni non abbiano alcun senso.

  • Quando posso cominciare l’autosvezzamento?

L’unica risposta sensata è… boh! Dipende dal bambino. OK, mediamente sarà intorno ai 6 mesi, ma potrebbe essere prima come molto dopo (ricordiamo sempre il mantra: i bambini non si lasciano morire di fame).

  • Qualcuno ha esperienze negative di autosvezzamento ed è dovuto tornare alle pappe?

Come si fa a parlare di esperienza negativa o positiva quando il concetto di base è che metti il bambino al centro? Qui si parla del modo di approcciarsi e di una transizione che avviene nella testa del genitore – e che molti trovano molto, ma molto difficile da fare. Il punto non sono le pappe, ma la PROPRIA attitudine.
Questo intervento di Stefania, preso sempre dalla pagina Facebook, è particolarmente pertinente:

Uso una sorta di metafora per provare a far capire come mi ‘suona’ una domanda così.
Una persona non deambulante ha bisogno della sedia a rotelle.
Una persona mediamente deambulante no.

Se una persona viene convinta di non poter camminare (vedi Clara di Heidi) usa la sedia a rotelle e prima o poi la darà così per scontata da non porsi dubbi e alternative soprattutto in un mondo dove si crede normale camminare sulle rotelle e non sulle gambe (infatti ricettine e posologie vengono spacciate per la norma umana).
Anche una persona sana ma che cammina perché sa che può farlo non si pone alternative.
Però, se una persona è pigra a camminare che cosa fai le proponi di comprarsi una sedia a rotelle o di fare movimento per uscire dal suo torpore?
Ammesso che opti per la sedia può darsi che questi si rifiuti perché ciò limita la sua naturalezza e (pigro o no che sia ) vorrà dire che farà passeggiate adatte ai suoi tempi e al suo passo.
Può darsi anche che non rifiuti e accetti di smettere di camminare in modo naturale (ma in questo caso gli hai fatto davvero un favore?).
In un modo o nell’altro però chiedo se ha senso fare una proposta simile.
Qualcuno ha detto che dobbiamo farci tutti il lavaggio mentale prima di fare AS; vero!
Tempo fa ci dicevamo che prima va autosvezzata la testa dei genitori prima ancora che la pancia dei bambini; m
a cosa va cancellato? Non ciò che si fa da che mondo è mondo (cioè lo svezzamento naturale, ovvero il camminare con le proprie gambe) ma ciò di cui ci hanno convinto le case di alimentazione per bambini e cioè che camminare equivalga a spingere la sedia a rotelle e che camminare con le proprie gambe (autosvezzamento) sia rischioso e non normale.

  • Il pediatra fa iniziare l’autosvezzamento a X mesi, ma per le prime settimane mi ha dato uno schema da seguire (o frasi simili che spesso leggo)

Qui il pediatra usa la parola “autosvezzamento” come se fosse la “supercazzola” e quindi non deve sorprendere se non ne ha capito il senso.

  • Io faccio una via di mezzo e mi trovo bene

A meno che uno non sia Frankenstein e abbia mezzo cervello così e mezzo colà, alla luce di quanto abbiamo detto in precedenza, questa frase davvero non ha senso. Decidere cosa, quando e quanto debba mangiare un bambino non è certamente metterlo al centro. Poi magari lui sarà contentissimo e finirà tutto il piatto, ma non è questo il punto. in questo caso il genitore decide al 100% quello che deve fare il bambino. Qui è il genitore ad essere al centro e non il bambino.
Sottolineo che non ho problemi con questo tipo di approccio, ma dico solo che non bisogna usare la parola “autosvezzamento” perché non è applicabile alla situazione. A questo proposito Emanuela, dalla nostra pagina Facebook, aggiunge:

[Q]uesto è un approccio che si basa sull’ascolto del bambino e delle sue esigenze, quindi sì, capita che i bimbi mostrino preferenze rispetto a cibi cremosi e con consistenze più morbide, ma non si “torna indietro” alle pappe, semplicemente si cercherà di andare incontro a queste esigenze preparando qualche vellutata in più.

  • Devo tornare a lavoro, la nonna ha paura, l’asilo non mi aiuta e allora mi DEVO arrangiare con un compromesso.

È senz’altro difficile quando chi ti sta intorno non capisce quello che stai facendo e le tue scelte, ma ciò non toglie che il genitore deve comunque fare l’ormai celeberrimo trapianto di cervello :) Solo così potrà far capire chi gli sta intorno cosa sta facendo e avrà una seppur minima speranza di coinvolgerli attivamente (e se non sarà oggi, sarà domani o il giorno dopo, ma è sempre meglio tardi che mai).
Sara ha lasciato questo commento su Facebook:

È vero a volte ci si sente un po’ attaccati se non si è perfettamente il linea con il pensiero dell’autosvezzamento. Teorie che mi piacciono e sto cercando di applicare (mi spiace di non averlo fatto già prima) però a volte di scontrano con i problemi della vita “reale”. Io devo lottare con mia mamma (soffoca e muore!) con mia suocera (dagli il brasato al barolo che è dimagrito!!) con il pediatra, con le vecchie per strada…. Certe scelte a volte si fanno per mantenere l’equilibrio familiare nonché quello psico fisico della mamma!

A me quello che salta all’occhio in questo intervento è che i protagonisti sono sempre terze persone e mai il bambino. Si parla di “teorie” e di “pensiero in linea”; una volta fatto il trapianto di cervello, o quanto meno ottenuto un cambio di prospettiva, le cose miglioreranno e sembreranno moooolto più semplici.

  • Quello che mangio fa schifo e non so cucinare, come faccio a fare autosvezzamento?

Di nuovo, la prima cosa da fare è il trapianto di cervello, poi possiamo cominciare a parlare di menu, ecc. Se il protagonista diventa il bambino di sicuro il genitore si sentirà più responsabilizzato in quanto dovrà imparare a decifrarne i segnali. Se invece si affida ciecamente a indicazioni di estranei, usando come scusante di turno perché non sa cucinare, ecco che il bambino diventa “oggetto” e non più “soggetto” (nel senso grammaticale dei termini), ma alla fine dei conti non si fa altro che posticipare l’inevitabile, ovvero quando il bambino comunque dovrà avvicinarsi alla tavola dei genitori.

Concludo con un’esperienza di vita vissuta: la mia seconda figlia allo scoccare dei cinque mesi ci ha letteralmente preso un pezzo di mela dalle mani (eravamo in aereo e facevamo merenda) e se l’è ciucciato fino a che non si è stufata e ce lo ha ridato. Successivamente ha continuato sulla stessa vena per diverse settimane facendo una ciucciata di questo e una di quello più o meno a random durante i pasti. Solo verso i 6,5 mesi ha iniziato a mangiare seriamente in quanto solo in quel momento poteva gestire i bocconi con la lingua e ha cominciato a mandare giù bocconi più sostanziosi.
Chiaramente anche prima qualcosa finiva giù, e le prove erano nel pannolino, ma l’esperienza era prevalentemente ciucciatoria e non masticatoria.

NB: quest’ultimo paragrafo è stato scritto di getto e senza pensarci troppo; notate chi è sempre il soggetto.

Se vuoi approfondire tutto quello che riguarda il baby food e il cibo in generale per adulti e piccini, leggi La questione cibo.


*Autore dell’immagine: AR22 (vacation foto) [CC-BY-SA-3.0], tramite Wikimedia Commons

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