Se il bambino non mangia, non forzatelo!



Il post di oggi è ispirato da alcuni articoli che ho letto su The Feeding Doctor, il blog di Katja Rowell, un medico americano che si occupa principalmente dei problemi legati all’alimentazione di bambini adottati e in affidamento. Se non avete problemi con l’inglese, vi consiglio senz’altro questo blog, in particolare i post che parlano del worry cycle.

Cycle of worry autosvezzamento

Questa immagine mi ha colpito non appena l’ho vista in quanto riassume perfettamente il meccanismo perverso che talvolta si instaura tra genitore e bambino in relazione al cibo. Si comincia con un bambino che (FORSE) ha un problema con il cibo e poi abbiamo un genitore (forse TROPPO) preoccupato e circondato da consigli scadenti. Ed ecco che, anche se armati delle migliori intenzioni, ci si ritrova all’ingresso di questa spirale ansiogena (che Katja Rowell chiama worry cycle) scatenata da comportamenti controproducenti.

Bambino -> Problema con il cibo -> genitore ansioso -> assenza di informazioni valide e supporto -> metodologia controproducente -> pressione -> resistenza da parte del bambino -> maggiore pressione -> maggiore ansia -> resistenza -> pressione -> …

Il ciclo, una volta instaurato, imprigiona entrambi i protagonisti possibilmente per anni. Quante volte ho letto di genitori disperati i cui figli, oramai grandicelli, non “vogliono mangiare”? Mi domando in quanti hanno preso in considerazione che forse più che essere di fronte a bambino “problematico” si trovano invischiati in una “spirale ansiogena” la cui origine risale ai primissimi anni, se non mesi, di vita del bambino.

Il problema è che spesso la pressione esercitata dai genitori dà dei risultati a breve termine, ed è per questo che è così difficile rinunciarvi e così uscire dal circolo vizioso che si è generato. Imboccare davanti alla televisione può far ingoiare quel boccone extra, ma di sicuro non aiuta il bambino a diventare una persona con un rapporto consapevole verso il cibo. La Rowell afferma che aiutare un bambino a mangiare bene è un processo che noi adulti possiamo rallentare con facilità, ma che non possiamo accelerare; i bambini svilupperanno il rapporto con il cibo alla velocità che è congeniale per loro e che (purtroppo, aggiungo io) non è necessariamente quella che desidererebbero i genitori.

Quello che forse dovrebbe essere incluso nel grafico in alto è che all’inizio della spirale ci potrebbe benissimo essere un genitore “problematico”, ovvero troppo ansioso, che si trova a scontrarsi con un bambino, in teoria senza particolari problemi con il cibo, che vuole asserire la propria indipendenza (o che per lo meno non risponde bene a certi tipi di pressione). Dopo tutto, è nato prima l’uovo o la gallina? Ovvero, la causa scatenante è il bambino che non mangia o il genitore che insiste troppo? Katja Rowell si occupa principalmente di bambini, adottati o in affidamento, che spesso hanno storie dolorose alle spalle e con problemi comportamentali che vengono fuori anche con l’alimentazione, ma quello che dice si può facilmente estendere alle famiglie biologiche più “ordinarie”. A testimonianza di ciò, la Rowell dà alcuni esempi di pressione che i genitori esercitano sui figli e, nonostante sia americana e parli di bambini adottati, l’elenco che propone certamente non mi è nuovo:

– farlo mangiare davanti la TV
– lasciarlo sul seggiolone anche per ore nella speranza che mangi un pochino di più
– corromperlo con giocattoli, promesse, dolci, ecc.
– fare giochi quasi circensi per fargli mangiare un boccone
– troppe lodi
– farlo sentire in colpa
– implorarlo (dai, su… fallo per mamma)
– costringerlo (anche fisicamente)
– cucinare 10 cose diverse, come se ci si trovasse al ristorante
– “assaggia prima di dire no”

Per quanto mi riguarda la più interessante, se non altro perché non ci avevo mai riflettuto in quest’ottica, è l’ultima: “assaggia prima di dire no”. Chi non l’ha utilizzata (e io per primo) con risultati più o meno positivi? Tuttavia, come la Rowell puntualizza, va tutto bene se hai di fronte un bambino “docile” o che magari desidera compiacerti. Se invece si è già instaurata una sorta di “lotta per il potere”, ecco che le cose non sono poi così semplici. Ad esempio, in alcuni bambini il desiderio di controllo (su di sé e altri) può essere molto radicato, per cui un banalissimo “assaggia prima di dire no” è possibile che scateni una vera e propria guerra dove non si fanno prigionieri. In sostanza, spesso i genitori non si rendono conto che non è il boccone o l’assaggio il nocciolo della questione, ma stabilire chi detiene il potere, chi ha il controllo.

È incredibile quanto la “pressione” possa essere obliqua e quasi invisibile, ma non per questo meno devastante. Ad esempio, è facile associare “pressione” con “minaccia”, come in molti dei casi elencati in precedenza. Tuttavia non deve necessariamente essere sempre così. Anche lodi e incoraggiamenti possono essere percepiti come pressioni. Ad esempio, dire “bravo” a Mario perché ha provato un cibo nuovo può mettere Mario sotto pressione. Anche dare un premio a Susanna se mangia tutte le verdure o fare un applauso se Giulio finisce il piatto può essere interpretato come pressione indesiderata; per non parlare di quando si fanno lunghi discorsi su come questo o quello facciano bene per la crescita, ecc (Viene spontaneo pensare a Amarli senza se e senza ma di Alfie Kohn).

Il bambino come potrebbe interpretare questo tipo di comportamenti da parte dei genitori? È possibile ad esempio che creda che le verdure siano davvero pessime se è necessario dargli un premio per fargliele mangiare. O forse percepisce che sua madre vuole davvero che finisca il piatto, ma lui vuole farle un “dispetto” (e sappiamo come va a finire…). O magari c’è il bambino indipendente che vuole fare le cose per conto proprio e che non gradisce aiuto o attenzioni nel provare un determinato cibo. L’elenco è infinito, ma purtroppo non essendo nella testa dei bambini non potremo mai essere sicuri di quello che pensano. Però ci sono cose dei punti fermi che ci vengono in aiuto: come dice Gonzalez ne Il mio bambino non mi mangia, “i bambini non si lasciano morire di fame” e come ci ricorda Piermarini “la richiesta deve partire dal bambino”. Se teniamo a mente queste due frasette sin dai primissimi giorni della vita del bambino, ci saranno ottime probabilità che si eviterà di finire nel baratro della “spirale ansiogena”, per lo meno per quanto riguarda il cibo. Comunque non vi preoccupate… ci sono tantissime altre opportunità di provare in prima persona la “spirale ansiogena” :)

L’immagine è tratta dal libro di Katja Rowell Love Me, Feed Me. Il libro l’ho acquistato e letto, e lo consiglio caldamente… Però è in inglese. Tuttavia è una lettura FONDAMENTALE per chi ha bambini “inappetenti”, per cui se avete dei dubbi e un po’ di inglese lo masticate… non ve ne pentirete.

NB: al solito i link ai vari libri sono affiliati ad Amazon.

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53 comments

  1. Autosvezzamento - La pagina ufficiale di www.autos says:

    Alessandra Paladini, perché trovi ci sia il bisogno di incoraggiamento? Il test da fare è se a te ti cominciassero a fare incoraggiamenti di questo genere come reagiresti… apprezzeresti le attenzioni o ce li manderesti di gran carriera? /Andrea

    • Claudia says:

      @Autosvezzamento – La pagina ufficiale di http://www.autos 
      Perché ragionate sempre come se il bambino fosse un adulto maturo e capace di ragionare? Perché dovrei utilizzare me stessa come termine di paragone per il comportamento di mio figlio, o per il comportamento che dovrei tener econ mio figlio? No, mi dispiace, io sono della scuola che un bambino non è “competente” in tutto, né capace di “autoregolarsi”. Se davvero lo fosse e se davvero l’appetito fosse solo il risultato di “naturali” condizioni fisiologiche, non dovremmo preoccuparci dei bambini obesi o che mangiano solo schifezze o che non vogliono mangiare le verdure.
      E io continuerò a dire a mio figlio “dai, forza” finché mi pare, perché NO, non è vero che i bambini non si lasciano morire di fame. Ditelo alle madri dei bambini prematuri che non hanno nemmeno la forza di ciucciare la tetta, avanti, ditelo…

      • andrea_ says:

        @Claudia, si parla di istinto, non c’è bisogno di ragionare. Mica respiri ragionandoci sopra… lo fai perché lo fai. Certo che se hai una malattia debilitante che te lo impedisce, allora è chiaro che ti metto in una di quelle camere che respirano per te, ma mi sembra che questa sia l’eccezione, non la regola.
        Mi dispiace leggere che tuo figlio ricada in questa categoria per quanto riguarda l’alimentazione, ma ti assicuro che problemi come l’obesità non si curano forzando il bambino a mangiare o sacrificandolo all’altare del “purché mangi”, perché è così che imparano a mangiare solo schifezze o troppo o a non ascoltare i segnali che gli manda il LORO corpo. 
        Loro mica lo sanno cosa sia una “schifezza” e le “schifezze” mica si comprano da sole. Però il genitore, “purché il figlio mangi” gliele comprano, così OGGI il genitore sarà contento (ma domani si lamenterà perché mangia solo schifezze). 
        Di certo poi il gusto per le verdure non si sviluppa prendendo un imbuto e mandandogliele già a forza o nascondendogliele in 101 modi diversi in altri cibi.
        Non bisogna pensare solo all’adesso e all’oggi, ma anche al domani.

      • Gloria_ says:

        Claudia, mi dispiace ma l’esempio dei bambini prematuri proprio non si regge e non c’entra il punto. Il bambino non a termine è complessivamente immaturo e la situazione non è paragonabile a quella del bambino sano. E il bambino obeso è proprio quello a cui non è stato permesso di calibrare il suo meccanismo interno di autoregolazione, a cui le schifezze vengono offerte e messe a disposizione, e il problema non nasce da lui, ma da chi lo circonda, dall’ambiente e la famiglia.
        Come è pensabile che un esterno possa conoscere meglio le esigenze del corpo di un bambino? Chi sa quando è ora di fare la cacca? Mangiare perché dovrebbe essere diverso, i segnali cerebrali, nervosi ecc. ecc. arrivano al figlio, mica alla madre. Un bambino non è competente su come si attraversa la strada da solo, ma caspita se lo è su questioni ben più basilari.
        Il ragionamento e l’essere adulti non c’entrano niente, sono meccanismi di sopravvivenza.

        • alexaleaia says:

          Eh, ma ci sono i bimbi che vengono seduti ad ore fisse sul vasino ed invitati a sforzarsi finché non “producono” rifiuto solido … per non parlare di stimolazioni raccapriccianti. Bambini obesi sono anche quelli per i quali mangiare diventa sinonimo di amore, la mamma ti vuole bene = ti dà da mangiare, vuoi bene alla mamma = mangia, per i quali questo banalissimo istinto animale viene investito di significati ed importanza sproporzionati. Le regole di convivenza, intorno al cibo, ci sono, e sono legittime. la tavola di casa non è un ristorante, e si ha piacere a starci tutti insieme. Io posso aspettare che la mia bimba finisca l’appassionante episodio di cartone animato che sta rivedendo per la trecentomillesima volta, lei può andarsene quando ritiene di aver finito (ma lasciandomi finire io con calma), ma una volta che si è sparecchiato, non si mangia più.

  2. Alessandra Paladini says:

    Secondo me è giusto non forzare, ma magari se una volta ti scappa una parolina tipo “assaggia” oppure “dai” non credo che si comprometta l’alimentazione di una vita!!!!….secondo me il troppo stroppia in entrambi i casi!!! ;-)

    • alexaleaia says:

      Un incoraggiamento al “dai, assaggia”, nei confronti di una novità, non è necessariamente una forzatura, non esageriamo! E poi ci sono i momenti in cui è chiaro come l’acqua che l’animaletto non è assolutamente sazio (anche perché lo conosci bene, e sai già che dopo tornerà a sbaffarsi quello che tu, facendo finta di niente, avrai lasciato sul tavolo), ma è solo sollecitato da altre distrazioni.
      La volete sapere la cosa assolutamente delinquenziale che mi sono trovata a fare qualche giorno fa? proprio la cosa che mi ero sempre ripromessa di non fare MAI, il viziaggio supremo:  La Cucciola si è sporcata mangiando, e si è messa a reclamare disperatamente di fare il bagnetto (oggettivamente, infatti, era proprio il caso di buttarcela dentro). E io, per motivi opportunistici, le ho portato il suo piatto in bagno … Si è fatta imboccare nella vasca da bagno con sommissimo godimento … Mi sono fatta da sola la suocera che insegue il bimbo con la forchetta in mano… argh! Ma ce lo siamo detto ben chiaro, con la Cucciola: questo è l’equivalente dell’occasionale bagno a lume di candela con il calice di champagne, un lusso eccezionale, così, solo per farsi piacere…

  3. Autosvezzamento - La pagina ufficiale di www.autos says:

    Maura Gamarino, siamo in due:) Però bisogna tenere a mente che potrebbe, non volendo, prendere la mano. Personalmente non ci avevo mai pensato, ma riflettendoci, capisco che, sì, potrebbe accadere :D /Andrea

  4. Maura Gamarino says:

    Assolutamente no! Non serve anzi è controproducente.. però “assaggia prima di dire no” lo dico anch’io..!!!!

  5. Marzia Meloni says:

    No, il mio apre la bocca sempre e comunque! Un mangione da competizione!!! Al limite, se non ha più fame non lo forzo.

  6. Katja Rowell says:

    Grazie, Andrea! I wish I could understand more Italian. Mi piacere una conversazione. (Terrible, I know!) Ho studiato a Firenze venti anni fa… I forgot molto italiano. I would love to talk with you all about the cultural differences. In America, there is such a different way of relating to food and time and cooking. I think the cultural differences would be interesting to consider. If you have parents who don’t know how to cook delicious foods, and who don’t sit together to eat, that makes any challenges many times worse. In a recent post I wrote about how some children will try foods when asked, no problems, but others will really fight. Also remember that I often write about the extreme cases, so children maybe with autism or with excessive alcohol in utero, or children who have experienced severe neglect.
    Also, in America, I imagine children are more often taken to therapists to try to teach them to eat. When I went to the trainings for feeding problems, it was really fascinating how it was so separate from meals and joy around food. I was born in Germany, and speak a little French, with relatives living in Germany and France, and I think the problems present very differently in the different cultures. If anyone is interested, I’d love to continue this conversation… Forgive my writing in English. I understand only about 20% of the words I read, and probably not the important ones!

  7. alexaleaia says:

    Sono d’accordissimo: lodare un bambino perché mangia, applaudirlo perché divora tutto, rischia di portarlo a vedere il cibo come una specie di “performance”, invece che la soddisfazione di un suo personale bisogno fisico.
    Credo che il challenge sia da identificare altrove: il tempo. Il bimbo piccolo conosce solo l’immediato, fino ad un certo punto non è in grado di proiettarsi nel “dopo”. Ma così come si fa pipì prima di uscire perché in giro non si avrà tanto facilmente la possibilità di andare in bagno, allo stesso modo qualche volta si mangia in quantità ragionevole prima di avere fame o più di quanto non si abbia ancora fame, perché dopo non sarà più il momento. Insomma, si anticipa sulla fame futura. Sensa ingozzarsi, ma se quello è il momento in cui la famiglia può mettersi a tavola, allora è anche giusto mangiare e non mettersi nella condizione di tornare tra un ora con l’appetito lupigno. Ma questo, non si può ottenere forzando un bimbo a mangiare, bensì piuttosto con la “carestia fittizia”, ovvero l’esperienza che quello che c’era da mangiare a tavola, dopo non c’è più, e non c’è neanche altro. Senza eccessivo rigore, ovvio, se siamo in casa e Cucciola dice che mangerà ancora, lascio lì il suo piatto sotto la sorveglianza speranzosa del quadrupede.

    • andrea_ says:

      alexaleaia hhhmmm… non lo so… specialmente con i bambini piccoli, come fanno a rendersi conto (come dici tu) che c’è un dopo quando avranno fame quando per loro esiste solo ‘”adesso”? Se sono più grandicelli allora la cosa viene spontanea (se gli hai permesso di rendersi conto che se non mangiano adesso dovranno aspettare parecchio prima del pasto successivo), ma se sono piccolini è pur sempre una forzatura.

      • alexaleaia says:

        “Forzatura” e io non abitiamo nello stesso universo. Cucciola ha appena compiuto 2 anni, e piano piano il concetto di “dopo” comincia a capirlo abbastanza. Si rende conto delle cose poco a poco, gradualmente, col vissuto quotidiano.
         Come detto, quando stiamo in casa, il suo cibo glielo lascio, e Cucciola molto rapidamente è stata in grado di capire che se non vuole più mangiare, nessuno la forza. Per lei era molto divertente dare quello che non voleva al cane, e altrettanto rapidamente ha capito che se passava al caro quadrupede, poi non c’era più, e io non avrei cucinato altro. Allora, dà al cane solo quando proprio sa di non voler mangiare più, e quando non è così, non glielo da. E io glielo lascio sul tavolo. E comunque, c’è sempre il fidato bibi, la frutta, del pane. Sa che non preparerò altro “cibo da cena”, ma questo non significa che morirà di fame.
        Se invece si esce, allora si esce, il cibo non è più a disposizione. Al massimo avrà il suo latte di riso. E anche questo lo capisce perfettamente.
        Tutto con caaaaaaaaalma, poco a poco, senza mai dire “no” senza motivo valido e reale “tanto perché capisca”, ma semplicemente illustrando e spiegando chiaramente le circostanze presenti, e capisce tutto tutto, la mia Cucciola. Può anche non piacerle, ma capisce.

  8. Alessandra says:

    Concordo completamente con Roberta. Io sono di quelli per cui, nel giro di un anno- al passaggio alla puerta’, il fatto che fossi una buona forchetta e’ diventato, da motivo di orgoglio e di approvazione, motivo di problemi (di peso). Da questa cosa non mi sono liberata piu’: avevo disimparato ad ascoltare il mio corpo e l’autoregolazione e’ sparita.
    Ma e’ infernale. Avere questa consapevolezza e che un bambino non e’ piu’ “bravo” se fa “piatto pulito” e intorno da parte di tutti invece e’ questo il messaggio che passa. Sembra di essere una pazza che fa le battaglie contro i mulini a vento.
    E al tempo stesso e’ non voluto, inconsapevole, ma quando mangiano sei piu’ contento. Come uscire da questa sensazione? Provi a non comunicarla, ma almeno io e’ quello che provo.

    L’ultimo consiglio mi ha fatto riflettere: con mio figlio lo faccio (assaggia almeno), ma e’ un bambino che è passato dall’essere una buona forchetta, amante di frutta e verdura che mangiava in tutte le forme, ad un bambino selettivissimo che si nutrirebbe di carboidrati. Mi chiedo continuamente fino a quando non si deve intervenire rispetto ad errori alimentari.  Non voglio forzarlo, ma ieri, dopo 6 anni, giocando con la sorellina ha “riscoperto” le clementine.

    • Valentina says:

      @Alessandra  
      fino a  quando? Beh, sostanzialmente sempre. Tanto se mangia solo carboidrati e tu entri in paranoia e insisti, parti col circolo vizioso come da figura! Forse uno psicologo potrebbe aiutare nel caso la questione si protragga da troppo.
      Però ti porto ad esempio mia figlia: da onnivora a carboidrato dipendente. Come per te. Io non insisto, non propongo. Sto schiscia. Adesso che è a ridosso dei tre anni allarga gli orizzonti in maniera autonoma: ha chiesto di assaggiare i gamberetti, la zuppa di cipolle, i bruscitt. All’asilo mangia più alimenti che a casa, io aspetto senza ansie di vedere come procede.
      E’ curioso come la spirale a gorgo, disegnata sopra, sia applicabile anche ad altri ambiti nel rapporto genitore/bambino. Ad esempio il bambino che si rifiuta di vestirsi, la mamma che insiste e lo prega, il bambino che rifiuta, la mamma che sta con lui a discutere (discutere con un treenne???), il bambino che più o meno inconsciamente “se faccio così, mamma sta qui, quindi dico ancora no”, la mamma che si arrabbia di più….e giù, giù, sempre più giù!

      • andrea_ says:

        @Valentina Ci avevo pensato anch’io che il “gorgo” si applichi tranquillamente anche ad altri ambiti. Vogliamo guardare avanti e parlare della scuola?
        Comunque come ho detto la cosa che mi ha colpito di più è come anche cose “positive” possano risultare in pressioni indesiderate. Solo uno come fa
        1) a capirlo
        2) a fermarsi in tempo?

        • alexaleaia says:

          A capirlo, quando ti rendi conto che qualcosa diventa l’oggetto di “lite” o di sicussioni ridondanti quanto ingiustificate
          A fermarsi si è sempre in tempo. Bisogna solo stare attenti a che l’interruzione subitanea della pressione non venga vissuta a sua volta dal bimbo come una punizione (tanto più facile quanto il genitore è sc… nervoso). Per esempio, sul vestire, se dici “va bene, allora vai al nido in pigiama”, o “stattene col pannolino bagnato, peggio per te”, sembra che ti “vendichi” del bambino che ha osato opporsi. Alla Cucciola piace immensamente correre nuda per casa, si diverte da matti, e spesso piange quando la voglio rivestire. Ma le piace anche andarsi a nascondere dietro le tende. Allora le dico: per nasconderti dietro le tende, devi vestirti, perché la finestra è fredda. O se deve vestirsi per uscire, e fa storie (capita), taglio corto e la porto a scegliersi la maglietta (essendo femmina, funziona anche portarla davanti allo specchio e dirle “quanto sei bella”), o il pupazzetto da portarsi dietro, per spezzare il circolo vizioso.

        • Alessandra says:

          alexaleaia l’estate scorsa ho portato mia figlia al nido in mutande. c’erano 35 gradi e non riuscivo a fare la battaglia. Le strategie di trovare soluzioni “terze” ci sono,  ci si prova, ma a volte anche quelle non funzionano, l’orologio ticchetta e non hai margine soprattutto se hai di fronte una personcina che avevdo ereditato geni di testardi li ha accumulati…. in questi giorni siamo al delirio!

        • alexaleaia says:

          beh, con 35 gradi in mutande ci poteva stare senza problemi, anzi, probabilmente era proprio quello che voleva (ma mamma, per quale folle motivo mi vuoi mettere della roba addosso con quel caldo???). Il problema è quando fa freddo e non vuole vestirsi. Quanto ai geni testardi da competizione, non siamo messi male neanche noi. Mia mamma ricorda che doveva mettermi i vestiti estivi sopra i maglioni perché non volevo sentir ragioni e reclamavo a tutti costi i miei bei vestitini fru fru.
          Aspetto con curiosità di vedere cosa succederà quando farà troppo caldo per l’adoratissima maglietta con il coniglietto…

  9. Roberta Blackbird says:

    Il motivo (uno dei motivi) per cui non gli faccio pressione non è tanto il timore che rifiuti il cibo per farmi dispetto, quanto il contrario, temo che lo mangi per farmi un favore o per non darmi un dispiacere, suggerendo così un atteggiamento, a mio parere, deleterio: mettere da parte il proprio volere per compiacere l’altro.
    Detto questo: a natale ho combattuto con suoceri che ad ogni boccone mettevano su una parata o organizzavano gare a chi finiva prima, fino ad arrivare a lanciare vere sfide: “Secondo me non sai mangiare!” o “Secondo me non sai usare la forchetta, vediamo fammi vedere se sei capace!” “Dai che se mangi poi noi ti facciamo un applauso”.  In tutto questo il mio bimbo non ha toccato cibo per una settimana (per spirito di contraddizione? Voleva vedere fino a che punto si sarebbero spinti? Li stava studiando?)

  10. sinceramente “assaggia prima di dire che non ti piace” lo diciamo anche noi, ma al grande di 4 anni (e non glielo dicevamo quando era piccolo, sarà che da piccolo mangiava tutto senza problemi). perchè a quell’età si tende a dire ‘non mi piace’ a cose che semplicemente non si conoscono (o non si ricordano… per esempio le fragole che a 2 anni mangiava di gusto a 3 se le era dimenticate e non voleva più assaggiarle… che rabbia!). ma il rapporto con un bambino grande è diverso, qui si cerca di insegnare a un bambino a non giudicare una cosa (e non solo il cibo) dall’aspetto e a sperimentare cose nuove senza pregiudizi. e glielo si dice una volta, se non vuole pazienza (ma non gli si cucina neanche niente di diverso apposta, si mangia quello che c’è uguale per tutti). voi che ne pensate?

    • andrea_ says:

      CosmicMummy1976Come ho detto nel post, anche noi abbiamo l'”assaggia prima di dire no” fatto con figlia grande e devo ammettere che non avevo mai pensato che potesse essere potenzialmente deleterio. C’è da dire però (mea culpa) che ultimamente le dico spesso, siccome è diventata la più lenta a tavola, cose tipo “vediamo chi finisce il piatto prima” o cose così. Non perché non mangi, anzi, ma semplicemente perché mi stufo di stare a tavola o voglio passare oltre senza dover aspettare le calende greche. :)
      Su una cosa mi impunto però… se mi chiede espressamente una cosa da mangiare, poi deve mangiarla. Se non tutta, almeno una buona parte.
      Per il resto, sono d’accordo con te, ma d’altra parte fino a poco tempo fa avrei detto che “assaggia prima di dire no” fosse la cosa più saggia del mondo:)

      • andrea_ CosmicMummy1976 ma secondo me dipende dalle situazioni e dall’età del bambino. comunque le cose che mi racconti le vedo IDENTICHE a casa mia (saranno fasi che attraversano tutti). la lentezza a tavola, quante volte ho detto “si però adesso mangia”, “non ci puoi mettere tutto questo tempo, noi abbiamo quasi finito”, “adesso ti tolgo il piatto se non finisci tutto in fretta”. in genere quest’ultima frase funziona o perchè dice “non mi va più” (e non è costretto a finire tutto anche se non gli va, ma se non gli va è libero di dirlo, ma che lo dica prima che si faccia notte!) oppure perchè si accorge che voleva finire tutto e non vuole che gli tolga il piatto! e quante volte si riempie il piatto e poi non finisce, si mette quintali di parmigiano e poi lascia la pasta (veramente succede anche che mette una montagna di parmigiano e poi mangia solo in superficie tutto il parmigiano e lascia gran parte della pasta sotto :-D), fin’ora glielo facciamo notare ma non l’abbiamo mai costretto a mangiare tutto. cerchiamo piuttosto di prevenire spiegandogli che anche gli altri devono poter mangiare e che deve prendere un po’ alla volta e se poi ne vuole ancora può fare il bis. secondo me qui si tratta di educare un bambino a stare a tavola in maniera educata e civile e a rispettare gli altri e il cibo, cosa che dopo i 3 anni un bambino dovrebbe imparare. insomma penso che sia l’assaggia prima di dire che non ti piace, che il si mette nel piatto solo ciò che si intende mangiare o si mangia con ritmi ragionevoli se fatto in maniera non ossessiva ma spiegando e dando il buon esempio sia importante per bambini in età da scuola materna in su. dando ovviamente per scontato che abbiano già maturato un buon rapporto con il cibo (e tu con loro).

        • andrea_ says:

          CosmicMummy1976, sicuramente sono fasi che attraversano prima o poi tutti e sicuramente (presumo… non sono sicuro più di niente…) uno deve insegnare rispetto per il cibo e gli altri. L’unica cosa è trovare il giusto equilibrio tra il rispetto della fase del bambino, che tanto sai che passerà e il bisogno di educare.
          Anche qui il parmigiano con condimento di pasta è un classico. Per ovviare lo mettiamo sempre in cucina, spesso nella pentola dove mescoliamo la pasta al sugo. Al massimo ne aggiungiamo una spolveratina tipo guarnizione :)

        • andrea_ CosmicMummy1976 no a me se mi becca che lo metto prima è una tragedia, deve metterlo lui. ma va bene purchè impari che non deve esagerare. anche a scuola glielo danno a parte (spesso vuole che chieda come fa la maestra “chi vuole parmigiano?” così lui alza la mano e risponde “io!”) e credo proprio che lì tutti rispettino le dosi ;-).
          comunque si, la ricerca dell’equilibrio è proprio la cosa più difficile nell’essere genitori ma è quella che fa la differenza fra crescere dei piccoli selvaggi o addestrare animali, ed educare… :-) almeno possiamo dire di avercela messa tutta!

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