Che ci metto nel carrello?

 

Spesso sul forum si parla di cosa portare in tavola: basta guardare la piramide alimentare. Giustissimo, ma come scegliere gli alimenti “giusti” e cosa ce li fa considerare “giusti”? Come sappiamo di dare ai nostri figli le basi di una corretta alimentazione? E cosa significa “corretta”? Significa forse biologica? Fatta in casa? Eco-sostenibile?


Parliamo del biologico, anche se in modo molto superficiale. Perché scegliere un prodotto che costa di più (a meno che non si disponga di un orto, cosa rara in città per esempio, o non si sia fortunati ad avere un fornitore vicino casa o non si sia iscritti a un GAS)?
Frutta e verdura: vale la pena se sono più buone, magari al giusto punto di maturazione, e soprattutto a km 0. Mi pare senza senso comprare una banana biologica; è molto più “biologico” non comprare affatto ad una banana, non credete? La suddetta ha attraversato l’oceano, nella migliore delle ipotesi, e di sicuro non è stata colta nel momento esatto in cui sarebbe stata “buona”. E’ stato sprecato talmente tanto carburante per la nostra banana che di sicuro non è né buona né ecosostenibile.
Vale di sicuro la pena di coltivare un orto o di acquistare frutta e verdura bio quando questa è di stagione e a km 0, quindi infinitemente più buona!

Parliamo un po’ del fatto ‘produrre in casa’. Per prima cosa bisogna avere buone basi di chimica e di tecnica per riuscire a produrre qualcosa di buono. In realtà spesso bastano le sane tradizioni famigliare, con l’aggiunta di un pizzico di informazioni in più. Non fa certo parte della corretta alimentazione buttare uno yogurt perché scaduto da un giorno o conservare troppo a lungo una torta fatta in casa; anche per congelare, prima regola di sopravvivenza della casalinga moderna, serve un bel po’ di perizia. Direi che tanto basta. Un bel manuale di chimica ci serve anche per acquistare tutti quei prodotti di “sfizio” che non possiamo/vogliamo produrre in proprio, come le merendine industriali, le patatine del sacchetto, il gelato, le caramelle o anche la semplice pasta. Io adoro cucinare ma se devo essere sincera tante cose le acquisto, non perché non sia capace di produrre autonomamente, ma perché proprio non ne ho il tempo materiale. Come acquistare allora? Scegliere le “schifezze” bio non le rende meno schifezze; eliminarle del tutto fa bene al portafoglio, ma non so quanto alla serena convivenza con il resto del mondo. E allora via libera al saper leggere le etichette! Il bio ci salva un pochino, nel senso che nella maggior parte dei casi le parole scritte sono almeno in italiano e non piene di sigle e numeri. Il fatto che siano comprensibili, però, non ci deve trarre in inganno. Anche in questo caso i prodotti “bio” possono nascondere qualche insidia di non poco conto. Un esempio su tutti: l’olio di palma. Presente in parecchi prodotti bio, in realtà fa male alla salute e per coltivarlo distruggono campi di qualcos’altro, che servirebbe per sfamare la popolazione locale. Meglio allora forse orientarci verso quei prodotti, tradizionali o no, che contengano il meno peggio, come per es. olio evo invece che di palma o “oli vegetali”. Il guaio? Costano! C’è un però: stanno in cima alla piramide alimentare, li mangiamo raramente, quanto male possono fare al portafoglio? Poco, credetemi.

Un altro piccolo attacco al biologico: le confezioni. L’ecosostenibilità passa anche da lì. Che senso ha comprare uova che sono state deposte da galline alimentate bio e fatte vivere dignitosamente se poi le stesse vengono riposte in un porta uova di plastica e avvolte ulteriormente nel cartone? Mmmm… mah! Un altro punto della corretta educazione alimentare è quindi badare non solo alla sostanza ma anche alla forma. E già che ci siamo… viva gli alimenti alla spina! Ne prendo quanti me ne servono, evito gli sprechi e anche gli imballaggi. Uao!

Ultima considerazione: la carne. Non è il peggio, ma ci è stata venduta per tutta l’infanzia e l’adolescenza come indispensabile: non lo è. Mia mamma mi ha confessato recentemente di mangiare da piccola un’ala di pollo o due a settimana. La carne e il pesce sono poco ecosostenibili, perché inquinano tanto e per l’allevamento intensivo distruggono tanto. Insomma, il gioco non vale la candela: allevare una mucca per mangiarla nutre meno persone di quelle che sarebbero state sfamate coltivando diversamente i campi che hanno prodotto i nutrimenti della mucca. Sono vegetariana? No, non lo sono. Mangio carne e pesce, solo… poco!

Alla fine si torna sempre lì, la piramide alimentare… solo che a volte non basta per scegliere cosa mettere “nel carrello”.

 

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