Clienti pazienti?



L'infanzia non è una malattia autosvezzamento bilanci di salute

L’altro giorno ho letto in rete un commento lasciato da una pediatra. Quello che mi ha colpito dell’intervento, più che il contenuto, è il fatto che si riferisse ai bambini che vengono a fare i “bilanci di salute” come i suoi piccoli pazienti.

Vediamo chi è un paziente secondo il dizionario Treccani

2. s. m. e f. Persona affetta da una malattia, e più genericam. chi è affidato alle cure di un medico o di un chirurgo: il p. è peggiorato; è una p. operata di appendicite; visitare, medicare i p.; è un p. che osserva scrupolosamente la dieta; un bravo dottore, che ha molti pazienti.

Nei giorni successivi mi sono trovato a rimuginare sull’uso che si fa di questo termine e ho cominciato a chiedermi che bisogno c’è di chiamare paziente una persona che è sana e che va dal medico fondamentalmente solo per farsi pesare e misurare. Che le famigerate curve di crescita abbiano qualcosa a che fare con tutto ciò?

Certamente il termine è largamente diffuso anche in questa accezione, ma mostra come anche la più in salute delle persone non appena varca la soglia dello studio medico diventi, appunto, un paziente

Un bambino in perfetta salute di certo non è “affetto da malattia”, né è “affidato alle cure di un medico o chirurgo” in quanto non ha bisogno di “cure”. Forse allora bisognerebbe adottare la moda anglosassone di usare (anche troppo) il termine cliente* quando ci sia avvale dei servizi di terzi.

Vediamo chi è un cliente secondo il dizionario Treccani

a. Chi si vale abitualmente dell’opera di un legale, di un medico o di altro professionista: l’avvocato sta parlando con un cliente; portafoglio clienti, insieme dei clienti di un agente o di un’impresa.

Questa definizione mi sembra molto più adatta al caso di un bambino che va a fare il bilancio di salute e, cosa più importante, sottolinea come si possa andare a trovare il medico anche quando si è sani e non si prevede di trovare alcuna malattia, senza necessariamente trasformarsi in pazienti. Non parliamo poi del fatto che se noi ci vedessimo come “clienti”, magari non avremmo lo spauracchio del pediatra e lui non si sentirebbe autorizzato a dare istruzioni su questo e su quello (soprattutto quando “questo” e “quello” esulano da quelli che sono i suoi compiti…).

La questione non è semplicemente di semantica, ma, a mio avviso, mostra come la categoria medica vede chi si avvale dei loro servizi, e come chi va dal medico vede se stesso. Se quando vai dal dottore non appena varchi la soglia ti trasformi magicamente in un paziente, non deve sorprendere come mai si legga così spesso in giro di genitori in ansia (e non esagero) perché devono portare il figlio dal pediatra a fare una visita di routine, o della gioia (e non esagero) che esprimono quando il “bilancio di salute” va bene. Dopo tutto chi non gioisce quando sente che un paziente a lui vicino viene considerato guarito?

Troppo spesso i medici e i genitori vedono i bambini come pazienti (da curare) e la prima infanzia come una malattia (se non da curare, almeno) da tenere sotto controllo, curve di crescita alla mano.

Forse se invece di pazienti parlassimo di clienti, un po’ delle preoccupazioni che accompagnano queste visite di routine scomparirebbero e si comincerebbe finalmente a guardare la prima infanzia con meno timore.

Voi come vi vedete, come pazienti o come clienti?

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* Se il termine “cliente” vi sembra troppo simile all’onnipresente “customer” degli inglesi e americani al quale chiaramente si ispira, provate con il più italiano “utente“:)
s. m. e f. [dal lat. utens -entis, part. pres. di uti «usare, godere»]. – Chi fa uso di qualche cosa, e in partic. chi usufruisce di un bene o di un servizio offerto da enti pubblici o privati, da imprese concessionarie, ecc.: un u. del telefono, del gas, dell’energia elettrica, della televisione; gli u. delle autostrade; il numero delle u. straniere che si servono di questo consultorio supera quello delle italiane.

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11 comments

  1. LauraFracassi says:

    Valina, una volta la mia dottoressa, dopo avermi visitato, mi fa: in effetti è raffreddata ma l’antibiotico non glielo vorrei dare, lei che dice? Gli ho risposto che non volevo assolutamente l’antibiotico e lei mi ha spiegato che, in molte occasioni, gli erano capitate persone che si arrabbiavano se lei non gli prescriveva medicinali ed antibiotici subito….come se li stesse derubando del loro diritto alla salute!
    Credo sia più facile sentirsi malati perchè così si sa di che morte si deve morire, l’ansia di non sapere cosa ci aspetta divora i più!

    • andrea_ says:

      LauraFracassi , si sa che in molti si sentono defraudati (io per primo) se quando esci dal dottore non hai in mano una ricetta. Senza ricetta ti senti quasi un ipocondriaco…

      • alexaleaia says:

        andrea_ LauraFracassi  Io invece, avendo sempre il sospetto che i medici tirino fuori la ricetta proprio per quello, spesso chiedo se si possa fare senza. Mi è anche capitato non prendere proprio le medicine prescritte.
        Secondo me, sarebbe  bene avere un medico che ti conosce, che ti vede abbastanza spesso per riconoscere al volo se qualcosa è cambiato nel tuo aspetto, se c’è da sospettare qualcosa, che ti sappia fare delle domande per capire se ci sia bisogno di fare accertamenti o meno. ma questo implicherebbe un medico che non ti chiede ‘come va’ ma ti tocca, ti guarda dentro la bocca, negli occhi, insomma, che si metta in condizioni di esercitare il suo senso clinico. In questo, il pediatra che vede il bambino ogni tot è una buona cosa, con i medici di base non ho incontrato nulla del genere.

      • LauraFracassi says:

        andrea_ LauraFracassi si, se ti senti male e non trovi la causa ti senti pazzo, quindi meglio la ricetta. La verità è che il malessere psichico è sottovalutato e mal visto rispetto quello fisico…se nostro figlio rompe gli zebbedei cosa diciamo tutti? saranno i denti!!! io per prima! perchè così ci si sente sicuri che non è colpa della nostra educazione o del fatto che i bimbi a volte rompono…non solo gli zebbedei ma soprattutto quelli. Ma siamo leggermente OT. Rispetto al post a me va bene anche pazienti come parola basta che cambi il senso della parola cura e cioè non si riduca a curare ma che sia un prendersi cura della persona in quanto tale, valutando quale sia la miglior scelta nel rispetto di tutta la sua globalità. Una cosa che riguarda in modo marginale la questione: il mio pediatra non guarda mai le orecchie al bimbo e quando io, curiosa e impicciona, gli ho chiesto il perchè mi ha risposto che è una questione deontologica. Bisogna evitare di infilare qualunque cosa nel corpo dei bambini senza una necessità reale per non invaderlo, visto che lui non può dirci cosa ne pensa.

        • alexaleaia says:

          LauraFracassi andrea_  Mi sembra piuttosto saggio, come approccio, quello di questo pediatra! 
          Concordo sul fatto di sentirsi angosciati se ti senti male e non trovano la causa, ma credo sia ancora peggio se ti riempiono di medicinali e continui a non stare bene. Conosco chi ha dovuto sorbirsi pillole per mesi senza alcun effetto e supplicare per ottenere una gastroscopia che accertasse un’ernia jatale, per finalmente ottenere una cura adeguata. Senza parlare della volta in cui un medico di base stava per far prendere ad uno le pillole per la pressione alta sulla base di 2 visite in periodo di stress devastante, a distanza di 1 anno, quando invece monitoraggi costanti dimostravano una pressione del tutto normale. E in nessuno dei due casi è stato davvero guardata la persona nella sua interezza, con attenzione.
          Noto anche, rispetto a quello a cui ero abituata oltr’alpe, una tendenza molto maggiore a fare esami del sangue, intendo non basate su un preventivo e serio esame clinico. Sempre legato, secondo me, al fatto che il medico di base non ti conosce davvero.

  2. Valina says:

    Come darti torto? Può capitarti di entrare in uno studio medico come utente e uscirne come paziente, bisogna stare attenti anche agli eccesivi controlli che fanno spesso fare. Magari un esame del sangue ogni tot può essere utile ma spesso ne vengono associati altri che con un buon controllo si potrebbero evitare.
    Oppure entri come paziente con un bel catarrone di quelli rantolosi tipici dei bambini e ne esci come utente: “normale catarro da bambino che frequenta il nido”. E ci sta anche, eh!
    Diciamo che si può generalizzare indicando le persone e i bambini come (eventuali) pazienti, ma c’è qualcosa di malsano nel percorso delle visite mediche da cui ci si aspetta di trovarsi malato più che sano, e di fronte alla sanità dichiarata percepire un disagio come se la visita non fosse stata soddisfacente e si taccia il medico di pressapochismo.
    Ricordi l’esempio del dott. Piermarini di quella mamma che sostiene che il figlio non respiri??
    Chissà perchè è più facile sentirsi malati che sani?

  3. è uno spunto interessante su cui riflettere. senza nulla togliere alle definizioni autorevoli della Treccani, che non contesto, sono sempre stata convinta che il ‘cliente’ del medico si chiamasse ‘paziente’, indipendentemente dal fatto che fosse realmente malato oppure no. credo che questa accezione sia la più comune nel linguaggio di tutti i giorni, non ostante l’etimologia possa suggerire qualcosa di diverso.

    • andrea_ says:

      CosmicMummy1976 Sì, sono d’accordo e anche io ho sempre pensato così. Però bisogna riconoscere che il termine ‘paziente’ ha una connotazione negativa e non neutra. Se sei un paziente (per definizione, vedi Treccani) hai qualcosa che non va.

      • alexaleaia says:

        andrea_ CosmicMummy1976  intendevo idem come Cosmic. Stesso atteggiamento riguardo il parto in ospedale. Qualcuno mi ha detto una volta ‘non mi piace perché suggerisce la malattia’. A me, medici, strutture mediche e vocabolario affine suggeriscono solo salute, cura del corpo in quanto tale, competenza volta allo stare bene, sia che si stia male, sia che si stia benissimo ma si voglia controllare uno stato generale senza ‘bachi’ nascosti con uno sano scopo di prevenzione. Dipende tutto dallo spirito di fiducia o meno con il quale si affronta la vita, della propensione o meno a sentirsi colpevole di qualcosa, non dai medici stessi.

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