Allattamento e comunicazione (I)

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Riporto, in due parti e in versione lievemente riassunta, un articolo scritto da Angela Giusti, ostetrica e ricercatrice presso il reparto di Farmacoepidemiologia (Cnesps, Iss).

In questa prima parte si evidenzia come l’allattamento artificiale sia diventato nell’immaginario collettivo, così come nella letteratura scientifica, la “norma” contro la quale misurare le varie alternative.

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La comunicazione sull’alimentazione dei lattanti dal punto di vista della ricerca scientifica (prima parte)

Negli ultimi vent’anni c’è stata una crescente attenzione da parte delle Agenzie Internazionali al tema dell’allattamento. Alla luce delle conoscenze attualmente a nostra disposizione, possiamo affermare che:

  1. l’allattamento e l’alimentazione con latte materno sono la norma biologica per la specie umana
  2. le condizioni in cui le donne non hanno obiettivamente la capacità di allattare o i bambini non possono assumere latte materno sono rare
  3. l’alimentazione dei bambini è un fatto culturale e la “normalità”, socialmente costruita, non sempre corrisponde alla normalità biologica.

Per spiegare come la normalità sia costruita socialmente, prendiamo l’esempio del fumo di tabacco: negli anni ’50?60 fumare era considerato “normale” e per una donna era un simbolo di emancipazione. Come è stata costruita questa normalità? Prevalentemente per effetto delle campagne di marketing e dei messaggi che passavano anche attraverso i media. I film dell’epoca sono pieni di persone che fumano senza che questo comporti un giudizio di valore: nella cinematografia di quegli anni fuma il protagonista, così come l’antagonista e il bel tenebroso, ha sempre la sigaretta in bocca.

Allo stesso modo, negli anni ’50?60 si è iniziato a sostituire il latte materno con alimenti formulati, i cosiddetti latti artificiali, arrivando negli anni ‘70 a un diffuso fenomeno di ipogalattia culturale: difficilmente si troverà traccia dell’allattamento. Il seno che allatta è tabù. Anche i cartoni animati che vedono i nostri bambini propongono tutta una serie di animali alimentati con il biberon dalla propria mamma, come se la norma biologica dell’alimentazione dei cuccioli fosse sconosciuta ai produttori televisivi e cinematografici. Non c’è da stupirsi che le giovani generazioni pensino che allattare o dare latte artificiale a un lattante non faccia alcuna differenza.

In entrambi i casi sopra citati, la norma biologica è chiara: respirare aria pulita (non fumo di sigaretta) ed essere allattati dalla propria mamma (non alimentati con prodotti sostitutivi). La ricerca scientifica e la comunicazione dei risultati dovrebbero evidenziare i potenziali rischi dei comportamenti che si discostano da queste norme biologiche di riferimento. Ovviamente siamo nel campo delle scelte individuali e non ci sono dubbi sul diritto delle donne di sostituire il proprio latte con il latte artificiale se la ritengono una scelta opportuna e se adeguatamente informate.

L’alimentazione artificiale come fattore di esposizione.

La produzione scientifica sull’allattamento costituisce un caso piuttosto singolare di “scienza al contrario”. Negli ultimi decenni c’è stato uno sforzo a tutti i livelli per dimostrare che il latte materno sia meglio dell’alimento formulato, come testimoniano le numerose pubblicazioni sui benefici dell’allattamento, della sua esclusività e della sua durata complessiva. L’obiettivo, in generale, è stato dimostrare la superiorità dell’allattamento o i suoi effetti a breve, medio e lungo termine, mettendo a confronto diverse durate (ad es. 4 mesi di allattamento esclusivo contro 6 mesi) o confrontandolo con l’uso di alimenti formulati o complementari. La dissonanza sta proprio in questo tentativo spasmodico di dimostrare la superiorità della norma biologica rispetto ad altri interventi. Semplificando, normalmente non si dovrebbe dimostrare la superiorità dell’allattamento, ma la non?nocività dell’alternativa, ossia del latte artificiale o altro alimento complementare. La scienza non deve dimostrare la superiorità dell’attività fisica o dell’aria pulita (norma biologica), quanto piuttosto i rischi della sedentarietà, del fumo o dell’inquinamento atmosferico.

Un gruppo di ricerca australiano ha analizzato il linguaggio utilizzato nei titoli e negli abstract degli articoli che hanno dato origine alle raccomandazioni dell’Accademia Americana di Pediatria, chiedendosi se l’informazione scientifica che arriva ai professionisti della salute sull’allattamento sia sufficientemente chiara o se sia soggetta a effetti di distorsione (bias) il disegno degli studi. Come già ricordato, la norma biologica è solitamente il riferimento sul quale vengono misurati gli effetti di un’esposizione ad esempio di un altro alimento. Gli autori sottolineano che

se l’allattamento fosse la norma contro cui vengono misurati gli altri metodi, l’allattamento non sarebbe “protettivo” e i bambini allattati non avrebbero “meno rischio di malattia”.  Al contrario, sarebbero considerati la normalità mentre i bambini alimentati con latte artificiale sarebbero considerati “esposti” ad un maggiore rischio.

Non è una differenza banale. Torniamo all’esempio del fumo: traducendo i risultati degli studi scientifici in un linguaggio divulgativo per il grande pubblico, sarebbe come dire che respirare aria fresca è meglio che respirare fumo di sigaretta. Al contrario, la comunicazione dei rischio legata al fumo è molto chiara: il fumo aumenta il rischio di cancro e di una serie di altre patologie gravi e, al di là delle scelte individuali, queste informazioni sono oramai patrimonio della nostra cultura. Tutto ciò non avviene nel caso dell’informazione sugli alimenti sostitutivi del latte materno. Un’informazione completa dovrebbe elencare e, qualora possibile, quantificare, il rischio correlato al non allattamento o all’uso di alimenti diversi dal latte materno, in termini di maggiori probabilità di sviluppare malattie o altri esiti non desiderati.

Il secondo fenomeno evidenziato dallo studio è stato un sorprendente “effetto Voldemort”. L’uso di latte artificiale, così come il celeberrimo personaggio dei romanzi Harry Potter noto come “Colui?Che?Non?Deve? Essere?Nominato”, viene raramente citato come fattore di rischio per la salute dei bambini e delle madri. Gli autori rilevano che anche quando uno studio mostra che l’alimentazione artificiale aumenta i rischi per la salute, i titoli e gli abstract delle riviste scientifiche evitano sistematicamente di descrivere i risultati in un linguaggio che metta in collegamento il latte artificiale con l’aumentata morbilità. Non solo, ma in molti casi il titolo della ricerca o l’abstract trae in inganno il lettore associando implicitamente l’allattamento con la patologia, come negli esempi già citati.

Il modo in cui usiamo le parole fa la differenza, contribuisce a creare la rappresentazione che la nostra società ha di un fenomeno. Diane Wiessinger, autrice di diversi articoli sul tema del linguaggio usato per l’allattamento, sostiene che “la verità è che l’allattamento non è nient’altro che normale. L’alimentazione artificiale, che non è né la stessa cosa né superiore è, al contrario, deficiente, incompleta e inferiore. Queste sono parole difficili, ma hanno il loro posto nel nostro vocabolario”.

Perché nella comunicazione ufficiale si ha così tanto pudore a parlare dei rischi del latte artificiale? Il timore di generare un senso di colpa non è più una scusa. Le persone devono sapere quali sono i rischi legati alle proprie scelte o ai propri comportamenti e questo oramai è l’orientamento della comunicazione istituzionale sulla salute e gli stili di vita.
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La seconda parte dell’articolo (assieme ai riferimenti bibliografici), si trova in  Allattamento e comunicazione II.
Per una quantificazione dei rischi associati al non allattamento, leggi i rischi associati al non allattamento.

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