Allattamento e comunicazione (II)



Seconda (e ultima) parte dell’articolo scritto da Angela Giusti, ostetrica e ricercatrice presso il reparto di Farmacoepidemiologia (Cnesps, Iss).

In questa parte conclusiva si esamina quali cambiamenti siano necessari, e auspicabili, per migliorare l’informazione a disposizione dei genitori e in che modo i risultati della ricerca dovrebbero essere resi noti al grande pubblico.


 

La comunicazione sull’alimentazione dei lattanti
dal punto di vista della ricerca scientifica (seconda parte)


Il “latte” artificiale come farmaco.

Parlare di uso improprio di latte artificiale o di altri alimenti per i lattanti presuppone l’esistenza di una “norma”. Come già visto in Allattamento e Comunicazione I, la norma biologica vuole che i bambini siano allattati esclusivamente al seno e non ricevano quindi nessun altro alimento fino al momento in cui si dimostrano interessati  e pronti a mangiare il cibo proposto in famiglia. Esistono situazioni rare in cui la madre può non essere in grado di dare il proprio latte al bambino o non desideri farlo; in questi casi, [è da preferirsi] l’uso di latte umano donato, considerato il miglior sostituto del latte materno. Esistono poi alcune malattie rare, come la galattosemia, che impediscono al bambino di assumere latte umano.

Considerando quindi questi eventi della diade madre?bambino come patologici, il latte artificiale può essere l’unica opzione per “ricondurre alla norma una funzione patologicamente alterata”, che caratterizza l’uso dei farmaci. È difficile fare una stima precisa di quale sia la reale necessità di latte artificiale; pur disponendo dei dati di prevalenza della galattosemia e sapendo che circa il 5% delle mamme di lattanti esprime il desiderio di non allattare, non è possibile quantificare le necessità clinicamente fondate che si possono presentare di volta in volta. È però plausibile che la reale necessità di latti artificiali, inclusi quelli cosiddetti “speciali”, non riguardi la totalità dei bambini nati ogni anno ma una proporzione di gran lunga inferiore. Il numero di potenziali clienti non giustificherebbe quindi gli attuali investimenti dell’industria in questo settore. Perché allora investire così tanto nella ricerca e nella produzione di prodotti utilizzabili, teoricamente, da pochi clienti? Non ci sono dubbi sull’utilità del latte artificiale quando necessario, il problema subentra quando la patologia viene creata ad hoc (fenomeno noto come disease mongering) facendo credere a intere generazioni di donne di aver perso la propria capacità di allattare (quest’argomento verrà esaminato in un altro post).

Volendo considerare il latte artificiale come un farmaco sarebbe necessario sottoporlo ad un’attenta sperimentazione prima dell’immissione in commercio, valutandone il rapporto rischio/beneficio e riportando i rischi d’uso sul foglietto illustrativo. Al contrario, l’etichettatura degli alimenti per lattanti prevede una generica indicazione della superiorità dell’allattamento senza che si faccia cenno ai rischi a breve, medio e lungo termine dell’uso inutile e/o improprio del latte artificiale; l’informazione sul rischio viene elusa (anche di questo si parlerà successivamente).

Le persone hanno bisogno di informazioni per poter fare delle scelte, ad esempio se fare uso o meno di un farmaco e quale scegliere. Per prendere una buona decisione è necessaria la combinazione di due ingredienti: i fatti, ossia la conoscenza delle diverse opzioni, degli esiti attesi e della probabilità che tali esiti si realizzino, e il sistema di valori dell’individuo, che sono alla base delle scelte personali. Solo mettendo insieme questi due elementi e valutando il proprio rapporto di rischio/beneficio si possono prendere buone decisioni. I fatti dovrebbero includere, quando possibile, la misura del rischio sulla base della quale decidere se si tratta di un rischio che vale la pena di correre oppure no. “Se non conosci i fatti, non puoi prendere buone decisioni.

Esiste una vasta offerta informativa sui benefici del latte materno: se ne occupano i media, i professionisti, le istituzioni sanitarie e le associazioni. Ma chi, come e in quale momento offre ai neogenitori informazioni sui rischi del non allattamento e dell’uso di latte artificiale? Eppure sono determinanti per poter fare una buona scelta ed esistono valide strategie per la comunicazione del rischio alla popolazione.


Comunicare i risultati della ricerca scientifica al pubblico

I ricercatori e le istituzioni comunicano i risultati degli studi scientifici attraverso le riviste nazionali e internazionali e, in tempi più recenti, attraverso siti web specializzati. Da parte loro, i giornalisti sono chiamati a tradurre tali risultati in un linguaggio divulgativo, accattivante e comprensibile a un pubblico variegato. Non è un’operazione semplice ma è di estrema importanza perché quello che scrivono i giornali e dicono i media contribuisce alla costruzione sociale dei fenomeni, quindi alla cultura, ben più di una pubblicazione scientifica. E quando si tratta di salute, l’obiettivo dovrebbe essere non solo informativo ma anche di empowerment, ovvero le informazioni dovrebbero contribuire a dare potere alle persone aumentando la loro possibilità di scelta.

Fare ricerca scientifica nel campo della salute pubblica serve a poco se i risultati non hanno ricadute pratiche sulla salute delle persone, e queste ricadute dipendono anche dalla qualità dell’informazione prodotta. L’allattamento è un processo normale, non un prodotto perfetto. È un’esperienza straordinaria, divertente, pregnante e gratificante, in certi momenti faticosa ed estenuante. Non è nell’interesse di nessuno idealizzare l’allattamento, ma fare buona scienza e buona informazione sì.

[L’articolo nella sua interezza, compresi i riferimenti bibliografici, è disponibile in forma pdf dal sito dell’Istituto Superiore della Sanità]
[Per una quantificazione dei rischi associati al non allattamento, leggi qui]

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