Le mamme modaiole (post semi-serio)

[box]Oggi ospitiamo Giulia, un’amica del gruppo di Facebook, che condivide con noi alcune riflessioni su cosa voglia dire essere mamma, le mode e la SMS :D[/box]
mamma wonder woman
È da tempo che seguo vari forum e gruppi on-line di mamme, e recentemente ho scoperto il fiorire di curiose sindromi: una su tutte la celebre SMS o Sindrome della Mamma Sapientino. E io, che oltre ad essere bi-mamma, sono anche ipocondriaca, ho cominciato a chiedermi se per caso anch’io non soffrissi di qualche strana sindrome materna.
Ho quindi passato al setaccio le mie abitudini di madre, le mie convinzioni, i miei post su Facebook riguardo allattamento, svezzamento e spannolinamento. Con un’accuratezza maniacale da CSI e un’arguzia psicologica da profiler dell’FBI sono giunta ad una conclusione: sono vittima della SdMe. La Sindrome della Madre Edonistica.
Volete scoprire se anche voi ne siete affette? Facile. Rispondete alle seguenti domande (ma siate sincere, non barate!):

1. Quando indossi la fascia e, dopo aver concluso con successo tutta la serie di incroci e nodi, ci infili finalmente dentro il tuo bambino, per prima cosa ti guardi allo specchio per vedere come stai?
2. Quando vai al ristorante con la famiglia e metti tuo figlio a tavola, guardandolo mangiare fusilli all’amatriciana interi con le mani, ti giri orgogliosa verso gli altri tavoli per vedere le facce sorprese e ammirate degli altri avventori del locale?
3. Quando parli delle attività di tuo figli, aggiungi sempre il pronome riflessivo che si riferisce a te, ad esempio “mi mangia” o “mi dorme”?

Se hai risposto “sì” ad almeno due delle tre domande, allora potresti soffrire anche tu della famigerata sindrome del terzo millennio. Perché diciamoci la verità, le nostre nonne non si ponevano questi problemi. Non attendevano la nascita di un figlio come un avvenimento quasi miracoloso, non progettavano di che colore dipingere la cameretta con sei mesi di anticipo e non decidevano di allattare per almeno X mesi non appena vedevano il test positivo…

Al giorno d’oggi siamo vittime del sistema socio-economico anche nel nostro essere madri. Siamo cresciute cariche di aspettative da parte di tutti, viviamo nel vano tentativo di dimostrare che siamo perfette o che, perlomeno, siamo migliori delle altre, in una ricerca dell’efficienza a tutti i costi, sempre e comunque, a casa e sul lavoro. No, non c’è tempo per fermarsi, bisogna essere attive 24 ore su 24. E per i nostri figli dobbiamo, naturalmente, fare sempre il meglio. Senza badare a spese.

Se negli anni ’70 e ’80 andava di moda il latte artificiale e il passeggino superaccessoriato, recentemente ho notato un’inversione di tendenza. Va di moda il maternage ad alto contatto. Il cosleeping. Il bedsharing. L’elimination communication. E già il fatto che abbiamo bisogno di tanti sostantivi stranieri mi fa sorgere il sospetto che molte di queste modalità educative siano ormai diventate cool e trendy. E che molte mamme le facciano proprie non tanto per convinzione e per informazione, ma perché “fa figo”.

Ci ho riflettuto molto, nel mio diventare madre per due volte. E mi piacerebbe provare a raccontare le mie impressioni in merito.
Da bambina provavo ad immaginare il momento in cui sarei diventata madre, un po’ come ci si immagina il primo bacio e il primo amore. E poi, all’improvviso, ecco quelle due lineette blu che appaiono nel display. Sarò madre. Sì, ma che madre sarò? Avrò latte? Lo faro dormire nel suo lettino? Userò il passeggino? Andrò in viaggio con lui?
Ebbene, se ripenso oggi a come mi immaginavo da madre allora mi scappa un sorriso. Avrei di certo allattato al seno, come del resto aveva fatto mia madre con me fino a 19 mesi, mio figlio si sarebbe addormentato nel suo lettino, in compagnia dei suoi pupazzi e senza piangere. Per portarlo in giro avrei usato la fascia, molto più comoda del passeggino. Non gli avrei mai e poi mai dato il ciuccio. Sarei stata una mamma dinamica e attiva, avrei portato mio figlio con me dappertutto, avrei viaggiato in lungo e in largo.
[box]Quanti genitori pensavano che sarebbe stato tutto facilissimo e si immaginavano come Superman o Wonder Woman capaci di conciliare tutto, di fare tutto e che la loro vita non sarebbe cambiata?
Sei tu uno di questi?[/box]
Quando poi è nata la prima figlia ho passato quindici notti d’inferno, perché di notte non dormiva. Io ero uno straccio, non stavo in piedi, figuriamoci portarla in fascia! Non ho ceduto al ciuccio, l’ho allattata con grande amore e dedizione fino a sei mesi. In fascia con me non ci voleva stare, quindi ho usato molto il passeggino. Stavo sempre a casa, perché non me la sentivo di uscire da sola con lei per troppo tempo. Quando è nata la seconda figlia, ho passato un mese d’inferno, perché non dormiva la notte. L’ho messa nel lettone con noi, ma piangeva ugualmente. L’ho allattata fino a otto mesi, con grande amore e dedizione. Ho perfino ceduto al ciuccio, ma per fortuna lei non l’ha mai voluto… e soprattutto ho cercato di mettere in pratica con lei tutto ciò che avevo imparato con la prima figlia. Sbagliato! Perché quello che funzionava con la prima, non funzionava con la seconda, ovviamente. E ho dovuto reimparare ad essere madre.

Ogni volta che qualcosa non andava come me l’ero idillicamente immaginata mentre mi accarezzavo il pancione, vivevo quel momento come un fallimento e una sconfitta. Perché, mi chiedevo, se ho fatto tutto come da manuale, a sei mesi ho dovuto comunque smettere di allattarla per dei problemi di salute miei? Perché, nonostante avessi programmato grandi attività mondane, mi sono ritrovata a passare tutto l’inverno a casa, in tuta da ginnastica e capelli legati, uscendo solo per andare in farmacia e dalla pediatra? Perché soprattutto le altre mamme riescono ad essere super organizzate e sempre in ordine, come avrei voluto essere io, mentre casa mia sembra essere perennemente sotto assedio e io mi aggiro pallida come uno zombie?

E poi, ad un tratto, leggo un post su Facebook che mi dà l’illuminazione (e poi dicono che i social network non sono utili…). Leggo di una mamma, che racconta disperata di come abbia cercato di far partire il cosiddetto “tandem” (allattare il primo e il secondo figlio insieme), ma che il bambino grande rifiutava il seno e non voleva ciucciare più, nonostante lei avesse insistito più volte… ed era profondamente delusa.
Delusa di cosa? Delusa che le cose non fossero andate come lei voleva? Ma non avrebbe dovuto piuttosto dare importanza a cosa voleva suo figlio? Delusa del fatto di non poter raccontare alle amiche di come era stata brava ad allattarli tutti e due insieme?

Così ho ripensato a quante volte sono rimasta delusa, perché non era stata soddisfatta una mia aspettativa. E più forte era l’aspettativa, più intensa la delusione conseguente. A quante volte mi preoccupavo di come gli altri vedevamo me come madre, anziché pensare a come ero madre per mia figlia. A tutte le volte che, se mia figlia si comporta bene, gioisco non tanto per il suo essere una bambina serena, quanto per l’orgoglio di vedere che gli altri riconoscono quanto io sia stata brava ad educarla così.
Nel momento in cui ho contato le volte che ricorreva il pronome io e l’aggettivo mio, mi sono resa conto che ero infelice, per il semplice motivo che mi stavo concentrando sul soggetto sbagliato. Il soggetto non sono io, il mio benessere, il mio orgoglio, la mia soddisfazione. Il soggetto è mio figlio, la sua serenità. E insieme ad essa la serenità di tutta la famiglia. Perché non dimentichiamo che, oltre a madri e donne, siamo anche mogli e compagne.

Vorrei quindi proporvi la mia riflessione.
– Ha senso incaponirsi in situazioni assurde e dannose, soltanto perché corrispondono al nostro ideale di madre? Ad esempio volendo a tutti i costi allattare il proprio figlio, quando magari la nostra salute (e quella di tutta la famiglia) ne sta risentendo pesantemente?
– Ha senso usare la fascia solo perché “fa figo” e così tutte le mie amiche si gireranno a guardarmi quando arrivo a scuola a prendere mio figlio grande?
– Ha senso praticare l’autosvezzamento e smettere per scelta di allattare il proprio figlio a tre mesi, perché tanto poi gli do il biberon che mi è più comodo e così lo può tenere anche la nonna?

Credo che ogni madre potrebbe porsi queste domande e trarre qualche informazione utile. E magari evitare di cadere nella trappola dell’altra insidiosa malattia delle mamme moderne, ovvero la Sindrome della Madre che non si fa i Cavoli Suoi. Sindrome pericolosissima, che porta la madre ad essere convinta di avere in pugno la Verità e che la spinge a giudicare le madri che – scellerate! – optano per soluzioni diverse dalle sue. La vostra amica dice che ha smesso di allattare a tre mesi perché non aveva più latte? Prima di dire “è impossibile, tutte le donne hanno il latte”, provate a pensare che magari ha avuto dei problemi di salute di cui non vi vuole parlare o che magari ha sofferto di depressione postparto e non ce la faceva ad attaccare costantemente il figlio al seno. La cugina della vostra vicina ha messo suo figlio a dormire in cameretta da solo a una settimana di vita? Prima di dire “ma è pazza, solo perché vuole stare comoda lei, fa soffrire suo figlio”, provate a pensare che magari può avere un marito che non vuole avere il bambino in camera e lei, con grande sofferenza, ha dovuto accontentarlo. Ma questi sono solo alcuni esempi del tutto casuali e immaginari, e forse anche sciocchi.

La vita di madre riserva tante di quelle sorprese, imprevedibili e inaspettate, che nessuna di noi può soltanto lontanamente immaginare le motivazioni e le esperienze di vita che spingono una madre ad essere la madre che è.

Non aspettiamoci niente. Prendiamo la nostra avventura di mamma così come viene. E non esisteranno più fallimenti, ma soltanto esperienze.


(Disclaimer: Si tratta di un post semiserio. Anzi, decisamente poco serio. Tutti gli esempi sono frutto di fantasia e non si riferiscono a fatti e persone realmente accaduti. E soprattutto non a mamme che scrivono su questo blog! Declino ogni responsabilità riguardo discussioni e danni derivanti dalla lettura del presente post… )

[box]E tu, qual è la TUA sindrome? Raccontacelo nei commenti[/box]

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27 comments

  1. andrea_ says:

    CosmicMummy1976 , premesso che la coda alla vaccinara direi che vada benissimo a sei mesi (dopo tutto è uno spezzatino con parecchie verdure e tenerissimo – anzi, ora lo aggiungo alla lista consigliata :D ), devo dire che ho una profonda antipatia per l’espressione “via di mezzo” in quanto presume che ci siano due scelte più o meno equivalenti tra loro e tu trovi un compromesso, mentre non è sempre così.
    In teoria bisogna prima mettersi d’accordo su cosa sia equivalente fare e cosa invece non non lo è e solo dopo possiamo parlare di vie di mezzo. Ammetto che uno possa scegliere anche qualcosa di sub-ottimo, se non addirittura scadente a causa delle sue circostanze, ma ciò non toglie che la scelta rimanga sub-ottima se non scadente.
    Quando la scelta è tra alternative di cui una non ha senso, dov’è la via di mezzo?
    Per dire, rimanendo nell’argomento principale del sito, quando arriva la madre di turno che mi chiede cosa ne penso del rigidisssimo calendario di introduzione degli alimenti che gli ha passato il pediatra, io rispondo che se lo è inventato di sana pianta. Allora lei poi mi dice che farà “una via di mezzo” non aspettando una settimana tra gli alimenti e facendo fare al bambino assaggini fugaci di quello che hanno a tavola, piuttosto che aspettare i 12 mesi prima di fargli provare questo o quello.

    Questo tipo di ragionamento non ha nessun senso, perché la premessa (ovvero la tabella del pediatra) non ha senso. In quest’ottica si potrebbe dire che la madre che dà tutto e subito è talebana, modaiola, estremista, ecc. ecc., mentre l’atteggiamento più sensato sia quello della “via di mezzo”. Che poi uno la suddetta (e puramente ipotetica) via di mezzo la attui per motivi suoi personali, è tutta un’altra storia, ma lo farà principalmente per problemi suoi (ad esempio, per farla stare più tranquilla, per fare contento il pediatra o il marito, perché non gli va di fare la spesa, ecc.).
    Ne ho parlato qui:
    http://www.autosvezzamento.it/autosvezzamento-e-la-via-di-mezzo-la-paura/

  2. Roberta Galbiati says:

    E la soluzione ad entrambe i problemi è il compromesso. Una giusta dose di elasticità mentale e una buona quantità di informazioni aiutano ad arrivare a sera ancora vivi! Insomma non è facile per nessuno ma …. se ‘stiamo manzi’ capita anche che ci si possa pure divertire ;)

  3. Autosvezzamento - La pagina ufficiale di www.autos says:

    A mio avviso il problema di fondo è che alla fine si rischia di commettere due errori: da una parte quello di essere depositari della Verità. Così per evitarlo finisci che ti trovi all’estremo opposto e fai l’errore di considerare tutte le scelte sullo stesso piano ed ugualmente valide. /Andrea

  4. Penny Lane says:

    Ci vorrebbe più solidarietà tra le mamme, avere un figlio potrebbe essere motivo di crescita personale per abbandonare la “classica” competizione tra donne..

  5. Roberta Galbiati says:

    Io credo proprio che spesso quando si diventa madri si siano già fatti tutti i conti senza l’oste. Nei 9 mesi di attesa ci si crea un programma super dettagliato di come saremo e cosa faremo senza considerare che nel momento in cui il bimbo nasce non siamo più le sole a condurre il gioco ma ogni aspetto delle giornata deve essere rivalutato in base alla relazione che si sta creando tra 2 persone: mamma e bambino.
    Quindi concordo con la riflessione ‘zero aspettative zero delusioni’!

  6. Francesca Di Gesù says:

    Grazie, qs post fa riflettere, purtroppo anch’io sono caduta nella trappola del giudizio vs le altre mamme, ma mi rendo conto che è meglio avere tante amiche con cui potersi confrontare, scambiare le idee, darsi una mano xche le difficoltà le abbiamo un po tutte! =D

  7. Manuella Crini says:

    Non è assolutamente un post semiserio ma una riflessione serissima fatta in termini ironici e diretti! Godiamoci l’essere madre, ciò comporterà il far conto con il bambino immaginato per poi scoprire che non c’è LA strada giusta ma tanti percorsi e godiamoci il percorso qualsiasi esso sia con al centro il soggetto giusto! Brava!

  8. Federica Ghezzo says:

    io faccio parte del gruppo ma non ho potuto fare autosvezzamento in quanto mio figlio aveva grossi problemi di masticazione… non era in grado di gestire il cibo nè in piccoli pezzetti nè in pezzi grandi con cui a regola poteva autoregolarsi …il risultato purtroppo era sempre lo stesso…. grandi vomitate e tanta ansia da parte mia nel vederlo strozzare…. ho dovuto accettare i suoi limiti ed aspettare i suoi tempi …. ora ha 25 mesi e con grande interesse vuole assaggiare e mangiare tutto uguale a noi ….. se fossi stata una mamma attenta ad essere alla moda molto probabilmente avrei continuato con l’as e mi sarei sentita una mamma fallita ogni volta che mio figlio non riusciva a gestire la carne e vomitava tutto il pranzo…. ma fortunatamente ho aspettato i suoi tempi per l’as e adesso mi godo ogni suo “vojo saggiare mamma”

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